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E’ morto Mino Martinazzoli

(red.) Mino Martinazzoli, storico esponente della Democrazia Cristiana, è morto domenica mattina a Brescia dopo una lunga malattia. Aveva 79 anni.
Il decesso è avvenuto intorno alle 13.30 nella sua casa di Caionvico, dopo che le sue condizioni, preoccupanti da un anno, si erano aggravate.
I funerali sono previsti martedì, alle 15.30, nel Duomo di Brescia. Nella sua abitazione è stata allestita la camera ardente: la moglie e gli amici più stretti stanno tenendo una veglia.
Nato a Orzinuovi il 30 novembre del 1931, avvocato, Martinazzoli fu uno dei principali esponenti della corrente della sinistra politica della Democrazia Cristiana di cui era stato l’ultimo segretario politico negli anni di Tangentopoli e fino alla trasformazione in Ppi nel 1994. Prima era stato deputato, senatore, ministro della Difesa, della Giustizia, delle Riforme Istituzionali.
Come detto, traghettò la Dc nel cambiamento, rispolverando con Ppi la prima sigla con cui i cattolici erano scesi direttamente in politica, nel 1919, seguendo l’appello di don Luigi Sturzo.
Ma i tempi non erano più quelli: inizia la stagione della la scissione. Mentre nasce il Ppi, infatti, un gruppo di esponenti democristiani di estrazione principalmente dorotea e forlaniana danno vita ad una formazione politica autonoma, il Ccd.
Fu l’inizio della diaspora dei cattolici, un fenomeno che caratterizzò tutta la Seconda Repubblica. Martinazzoli cercò di conservare per il suo Ppi il ruolo di aggregazione sulla base di una linea indipendente dai due poli che si andavano formando, mentre una parte dell’elettorato era attratto da Berlusconi e un’altra dai Progressisti.
Le elezioni del 1994 diedero al Ppi l’11% dei voti:
all’epoca l’interpretazione dominante fu che l’esperimento martinazzoliano non era riuscito. Berlusconi, vincitore delle elezioni con una maggioranza che non era tale al Senato, tentò di avviare proprio con il Ppi un dialogo simile a quello che, adesso, ha portato alla nascita dei Responsabili. Lui disse no, si oppose. Ma alla fine cedette alla sensazione che per i cattolici non c’era più niente da fare, e si dimise.
Nel 1994 venne eletto sindaco di Brescia, carica che ricoprì fino al 1998. Nel 2000 si candidò per il centrosinistra a presidente della Regione Lombardia, ma venne sconfitto da Roberto Formigoni. Rimase comunque in consiglio regionale fino al 2005 Nel 2004 venne eletto presidente di Alleanza Popolare-Udeur.
Negli ultimi anni si era impegnato in alcune campagne referendarie e nel 2009 ha pubblicato un’autobiografia.

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