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Mercoledì 20 ottobre per “Teatro dell’anima” lo spettacolo Ho denunciato Marco

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(red.) Mercoledì 20 ottobre ore 20.30 secondo appuntamento del “Teatro dell’anima” degli “Incontri Autunno” 2021 della rivista “Missione Oggi” dei Missionari Saveriani di Brescia con un testo inspirato a Paolo Scquizzato, Ascoltare l’inaudito. Il Vangelo secondo Marco (Paoline 2020). HO DENUNCIATO MARCO di Giuseppe Marchetti, liberamente ispirato al libro di Paolo Scquizzato Ascoltare l’inaudito con Gabriele Reboni e Alessandro Zanetti. Spettacolo nel Complesso San Cristo / Chiesa / Via Piamarta 9 / Brescia

 

Il commissario Angelo Mai ha convocato Paolo Gentili per persuaderlo a ritirare la denuncia di plagio contro Marco Evangelisti. Sono tesi alquanto originali e teologicamente poco ortodosse, quelle accampate da Paolo Gentili per motivare il suo rifiuto.

Paolo sostiene che Marco ha potuto scrivere il primo Vangelo nel 70 d.C., a quarant’anni dalla morte di Gesù, perché ha rintracciato nelle sue epistole – scritte trent’anni prima – il punto di vista con cui inanellare, in una forma conclusa, i molteplici e disordinati episodi della vita terrena di Gesù. Quanti racconti orali sulla vita del Galileo circolavano fino allora – lamenta Paolo. Quanti hanno tentato di darne una forma unitaria. Lo testimoniano i Vangeli apocrifi, uno più sconclusionato dell’altro, uno più influenzato dell’altro di teorie e filosofie estranee alla cultura in cui Gesù ha camminato. “Finché Marco ha capito il punto di vista con cui le mie epistole sono state scritte: dal punto di vista del Risorto”. Dal punto di vista del “dopo” e non del “prima”.

A conforto di questa sua convinzione cita il cap. 11 della Prima Corinzi, comunemente conosciuto come il capitolo dell’istituzione dell’Eucarestia. La tesi avanzata da Paolo è alquanto originale e piuttosto bizzarra. Sostiene che Gesù ha celebrato la Pesàch come da tradizione, senza alcun riferimento alla sua imminente passione e morte, ma nonostante ciò ha fatto e detto quello che non ha fatto e detto. E cioè ha pronunciato quelle bellissime parole – Questo è il mio corpo… e questo è il mio sangue – senza pronunciarle. Le ha pronunciate in verità, sebbene non in realtà. Solo partendo dal “dopo”, dal punto di vista della Resurrezione quelle parole potevano essere pronunciate; e Gesù – secondo Paolo – le ha pronunciate senza pronunciarle e ha incaricato lui di scrivere le parole che non ha pronunciato pronunciandole.

In realtà, Paolo ha denunciato Marco non tanto per plagio – per aver copiato il capitolo 11 della sua Prima Corinzi –, ma perché ha lasciato intendere che fossero di Gesù le parole uscite dalla sua penna: perché «hai messo in bocca a Gesù le parole che non ha detto dicendole, spacciando le mie umane parole come se fossero sue, e così facendo hai aperto la strada a quanti hanno legalizzato le mie parole, da te copiate, come “Parola di Dio”».

L’avversione verso il concetto di “Parola di Dio”, Paolo la giustifica attraverso una motivazione che da esistenziale si fa storica: “La parola di Dio dovrebbe rimanere un mistero per l’uomo. Dovremmo cercarla senza mai affermare la certezza di sapere che cosa ha detto o fatto Dio o il figlio nel quale si è compiaciuto”. Giacché in nome di questa certezza: “Si sono praticati, e ancora oggi vengono praticati, orrendi crimini e nefandezze nei confronti dell’umano”.

«E allora in qual modo bisogna considerare, quale autorità si deve attribuire alla parola che finora è stata proclamata “Parola di Dio”?» – chiede il commissario. E Paolo: «Mi intenda bene, signor commissario, il sottoscritto non avrebbe denunciato Marco, se con “Parola di Dio” avesse inteso comprendere in essa le cose assolutamente migliori che lo spirito dell’uomo ha mai pronunciato nei confronti di Dio, dell’anima, della bellezza, del corpo».

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