Un nuovo centro diurno nel carcere di Canton Mombello

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(red.) Il Covid ha dato un duro colpo alle numerose attività interne agli istituti di pena bresciani. Da febbraio 2020 le misure di precauzione sanitaria hanno limitato l’accesso ai moltissimi professionisti e volontari che quotidianamente varcavano i cancelli del carcere per prestare la loro opera con le persone recluse. Attività che, oltre a rispondere al chiaro dettato costituzionale della «rieducazione del condannato», contribuivano a rendere più umano il carcere, più sopportabile la privazione della libertà, meno angosciante la sensazione di solitudine che spesso le persone recluse soffrono e che rende più gravoso il lavoro del personale penitenziario.

E, se ancora oggi le cautele sanitarie non consentono la ripresa di molte attività interne, la direzione degli istituti penitenziari bresciani, di concerto con l’area sanitaria dell’Asst Spedali Civili, gli educatori, la comandante e le cooperative sociali di Bessimo e Comunità Fraternità, hanno deciso di inaugurare un nuovo centro diurno interno alla casa circondariale Nerio Fischione di Canton Mombello rivolto principalmente ai detenuti più fragili che, questa mancanza di iniziative, la soffrono maggiormente.

La nuova opportunità era stata già programmata prima dell’esplosione della pandemia grazie al progetto regionale finanziato con fondi Cassa Ammende (un fondo alimentato dalle ammende degli stessi detenuti) che oltre alle diverse attività prevedeva l’offerta di uno spazio di riflessione e decompressione dalla vita in «sezione» per giovani reclusi gravati da problematiche psichiche o di dipendenza nella casa circondariale Nerio Fischione. Uno spazio, appositamente arredato e dotato di moderni strumenti tecnologici, pensato per offrire alti livelli di soddisfazione personale ai partecipanti e non come ulteriore elemento di emarginazione dal resto della popolazione detenuta.

Dall’8 febbraio 2021, prevedendo il massimo grado di cautele possibili per un’attività in presenza, per 4 pomeriggi a settimana si alterneranno laboratori di arteterapia, di musicoterapia, con lavori di approfondimento sull’attualità e sulle opportunità territorialida cogliere una volta terminata la pena. Laboratori tenuti da riconosciuti professionisti che prestano la loro opera con successo all’esterno e ora tenteranno di raggiungere gli stessi risultati anche all’interno del carcere di Brescia con i primi otto detenuti selezionati. Ogni persona privata della libertà, presto o tardi, tornerà a vivere fuori dal carcere. Come sapranno affrontare il loro futuro dipende anche da come viene vissuto il presente detentivo.

In questo solco il centro diurno vuole lavorare: far vivere con maggior consapevolezza la reclusione, offrire strumenti di analisi e di lettura di sé, al fine di migliorare lo stare in carcere nell’immediato e le opportunità di reinserimento una volta terminata la pena. Una sfida importante e che in altri territori ha già dato frutti inaspettati. Da lunedì 8 febbraio anche a Brescia è iniziata la sperimentazione, nonostante il coronavirus, perché non si deve smettere di innovare soprattutto in ambienti come il carcere che continuano a essere considerati marginali quando invece dovrebbero essere centrali nella promozione di una società democratica. Per maggiori informazioni sul progetto «Incubatori di comunità: la possibilità di un’alternativa».

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