Infezione da coronavirus come infortunio, Aib: “Norma gravissima”

Il leader degli industriali bresciani Giuseppe Pasini chiede di modificare la disposizione. "E' politica anti impresa".

(red.) Dal punto di vista della nuova normativa che tiene conto della pandemia da coronavirus, è dato per assodato che l’aver contratto l’infezione può rappresentare una fattispecie di infortunio. E infatti all’Inail stanno aumentando le domande – 37 mila secondo i dati aggiornati allo scorso 4 maggio in tutta Italia e di cui un terzo solo in Lombardia – di richiesta per affrontare questo periodo. Ma il presidente dell’Associazione Industriale Bresciana Giuseppe Pasini, attraverso una nota, contesta il provvedimento. “Si tratta di una norma gravissima, perché nella sua applicazione ha un elevato potenziale di attribuire all’impresa la responsabilità del contagio, con pesanti implicazioni sul piano civile e penale. Siamo di fronte all’ennesima espressione di politica anti-impresa – dice Pasini – con l’obiettivo, in una situazione già drammatica, della ricerca di un colpevole: l’imprenditore.

La scelta, inoltre, accomuna situazioni tra loro molto diverse. Una fattispecie è, infatti, quella dei medici e degli operatori sanitari, che sono stati esposti ad un rischio elevato di contagio, proprio della professione esercitata. Altra situazione è, invece, quella delle nostre aziende: in larghissima parte hanno sospeso le produzioni nella fase 1 e, per ripartire, hanno implementato protocolli anti-contagio rigidissimi e dettagliati per proteggere la salute dei lavoratori, nel rispetto puntuale delle regole messe a punto dagli accordi Governo-Parti Sociali. E spesso andando anche oltre. Lo dico a tutti, perché tutti riflettano: senza impresa privata il Paese va a rotoli – continua il leader degli industriali bresciani – e la situazione può diventare esplosiva sul piano sociale e della tenuta democratica delle istituzioni.

Inoltre, vorrei comprendere come sia possibile stabilire in termini certi se un contagio Covid è avvenuto dentro l’azienda o altrove. In azienda il lavoratore trascorre 8 ore, le restanti 16 le passa in altri contesti, con stili di vita e contatti che sfuggono completamente alla possibilità di prevenzione dell’imprenditore. Come individueranno i medici, chiamati a certificare la natura del contagio, il tempo ed il luogo in cui si è verificato, tenuto conto dei tempi di incubazione, per stabilire con ragionevole certezza che deve risponderne l’impresa? Con questi presupposti, la responsabilità penale, che secondo il nostro ordinamento è saldamente ancorata alla colpa e al dolo, al tempo del Coronavirus diventerebbe di fatto oggettiva. Una deriva che gli imprenditori non possono accettare. Per tutto questo urge una modifica legislativa che sani questa grave incoerenza”.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di QuiBrescia.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.