Brescia Noir: quando una vita vale 750 euro

Un ragazzo di 20 anni viene trovato senza vita in via Michelangelo a San Polo. E' stato pestato a sangue e spinto al suolo da un'altezza di sette metri.

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    di Diego Serino
    E’ passato un mese scarso dalle morti di Pasquale Pappalardo e Antonio Madeo, ambedue ammazzati per questioni di droga, che un altro ragazzo, Marco Orizio, cremonese di vent’anni, viene ritrovato esanime in via Michelangelo a San Polo, zona calda del capoluogo bresciano nota per lo spaccio di stupefacenti. E’ il 10 gennaio del 2003. Il suo corpo è sul cemento, senza vita, dopo aver fatto un volo di sette metri. Il cadavere lo trova un camionista 58enne: il ragazzo è accovacciato vicino a una cabina elettrica. Già morto.

    Arriva la polizia ed iniziano le indagini. Si capisce subito che Marco non ha fatto solo un salto nel vuoto. Prima è stato anche pestato a sangue. Ma chi è Marco Orizio? Come detto ha vent’anni, vive già con la fidanzata Barbara, da poco si è trasferito dal suo paese di origine, Piadena, per stare a Canneto con lei. Il ragazzo è nato dalla relazione tra Flavio Orizio e Winny Basilio, una filippina che all’epoca vive e lavora come colf in Inghilterra, ma poi è stato adottato da un’altra famiglia. Di mestiere fa l’operaio ma sbarca il lunario vendendo hashish. Marco, in quei giorni, ha bisogno di fumo per rifornire gli amici di Piadena e Canneto. Si informa. Gli viene indicata la “piazza” di San Polo e presentati i pusher.

    Marco consegna i soldi ma il fumo non c’è. Deve aspettare un giorno o due, dice il suo interlocutore. Siamo a martedì sera. Il giovedì sera Orizio, viene accompagnato da Gianluca, un amico di Acquanegra, proprio a San Polo: deve chiudere l’affare. Poco più di un’ora dopo è morto. La polizia sente i testimoni e non ha dubbi: il delitto è maturato nel mondo della droga. Ci vogliono poche ore, grazie anche alla testimonianza della fidanzata Barbara, che indica il nome della persona con cui Marco aveva appuntamento a Brescia, perché il cerchio si stringa.

    Così Giovanni Mari, Jo per chi gli è amico, elettricista diciannovenne che vive poco lontano dal luogo del’omicidio, viene individuato. Lo vanno a prendere la mattina successiva a casa, e dopo qualche ora di interrogatorio è lui a fare le prime ammissioni, subito prima di chiudersi in un mutismo totale. Marco l’aveva conosciuto solo pochi giorni prima, proprio per la causa scatenante dell’omicidio, due etti di hashish, pagati 750 euro, che Mari stava ritardando a consegnare a Orizio. I due, come già detto, si erano visti il martedì, per reincontrarsi il giovedì sera, verso le nove e mezza, in un bar di San Polo, dove Orizio, al quale era stata ritirata la patente, si era fatto accompagnare dall’amico.

    Orizio e Mari, secondo la ricostruzione, girano per oltre un’ora. Jo cerca i panetti di fumo per il suo cliente ma non riesce a trovarli. Verso le 11 e venti Marco si è stancato, è già due volte che viene a Brescia, ha già perso troppo tempo anche quella sera. I toni si accendono, i due vanno alle mani, prima spintoni, poi, nelle mani di Jo appare un martello. Colpisce Marco alla tempia. Il ragazzo tenta la fuga. Non si sa se viene finito con il martello e poi gettato per inscenare il suicidio, oppure si sia buttato volontariamente per fuggire. L’unica cosa cerca è la conclusione. Marco è morto con il cragno fracassato.

    Jo finisce in manette, l’accusa per lui è di omicidio premeditato, ma gli inquirenti ne sono convinti: ci sono dei complici. Ed arrivano le prime conferme, c’è del sangue che non appartiene nè alla vittima nè all’assassino. Parte la caccia al terzo uomo. Pochi giorni dopo ne vengono fermati due, un ventiduenne bresciano, socio di affari di Mari, e l’amico che aveva accompagnato Orizio, di 36 anni. Nel frattempo finiscono in manette sette ragazzini, sono poco più che ventenni, loro con l’omicidio non c’entrano niente, ma con il traffico di droga all’ombra dei palazzoni sì.

    Si arriva al processo. Mari chiede il rito abbreviato per ottenere un terzo dello sconto della pena, mentre la posizione dei suoi presunti complici viene stralciata, per evitare che per la scadenza dei termini il principale imputato la passi liscia, anche se in realtà il 22enne bresciano, successivamente, si prenderà sei anni per traffico di droga. Jo, invece, prende 13 anni e quattro mesi per l’omicidio, altri tre per la droga. 

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