Strage di Urago, ecco i motivi dell’assoluzione di Salvatore Marino
Pubblicate le motivazioni della sentenza con cui i giudici della Corte d’Assise d’appello di Milano hanno assolto Salvatore Marino dall'accusa dell'omicidio della famiglia Cottarelli.
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(red.) Pubblicate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Assise d’appello di Milano ha assolto, lo scorso ottobre, Salvatore Marino dall’accusa di avere compiuto il triplice omicidio che si consumò nella villetta di Urago Mella (Brescia) il 28 agosto del 2006 e in cui vennero uccisi Angelo Cottarelli, sua moglie Marzenna Topor ed il loro figlio 16enne, Luca.
L’autotrasportatore catanese, 61 anni, era alla sbarra per la strage di via Zuaboni, in concorso con il cugino Vito Marino (nel frattempo deceduto in carcere) e con Dino Grusovin, sedicente architetto triestino, questi ultimi condannati con sentenze definitive, rispettivamente all’ergastolo e a 20 anni.
Nelle 39 pagine della sentenza di assoluzione di una intricata vicenda giudiziaria che si trascina da oltre 15 anni, i giudici milanesi ritengono che le prove che hanno portato alla condanna all’ergastolo per Salvatore Marino mancano del «convincimento rafforzato» del grande accusatore, Grusovin, presunto teste oculare del triplice delitto.
«Questedichiarazioni – scrivono i giudici meneghini- (…) sono ben lontane dal fornire una qualche certezza sulla individuazione dei componenti del gruppo».
E ancora, il fatto che i cugini Marino avessero viaggiato noleggiando un’auto e pagandola con carta di credito e avessero poi soggiornato da Grusovin, per i togati significa che non volessero coprire le tracce lasciate nel Bresciano.
Nemmeno la polvere da sparo trovata sull’auto noleggiata da Vito Marino per il viaggio da Milano a Brescia e sulla Bmw utilizzata per quello di andata e ritorno dalla Sicilia proverebbero la presenza di Salvatore Marino sulla scena del triplice omicidio.
Così come le fascette da elettricista trovate ai polsi delle vittime e sul camion di Salvatore sono una prova del suo coinvolgimento nella strage.
Grusovin, il super testimone, non avrebbe dunque, con le sue deposizioni in aula, corroborato la tesi di un coinvolgimento diretto del siciliano nel delitto.








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