Brescia, incontri hot con auto di servizio: ex agente della Locale condannato dalla Corte dei conti
I giudici contabili hanno decretato che l'ex vigile dovrà risarcire 20mila euro al Comune di Brescia per danno d'immagine. Decisive le prove del GPS installato sulla vettura.
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Brescia. Le notti hot trascorse usando l’auto di servizio costano una condanna esemplare a un ex agente della Polizia locale di Brescia. La Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Lombardia ha condannato l’ex vigile a risarcire 20mila euro all’amministrazione comunale. I giudici contabili hanno accolto pienamente la richiesta della Procura regionale, riconoscendo il danno patrimoniale causato dalla lesione all’immagine, al prestigio e al decoro di Palazzo Loggia.
La vicenda affonda le radici nel 2011. A far scattare l’indagine interna erano stati due colleghi di pattuglia. Durante un controllo notturno nella zona industriale, gli agenti avevano notato un’auto d’ordinanza parcheggiata e apparentemente vuota. Poco dopo, avevano visto il collega sbucare a piedi da una zona alberata e dirigersi verso la vettura.
Quel sospetto ha dato il via a accertamenti fatti di pedinamenti e appostamenti. La svolta investigativa è arrivata però dall’analisi dei dati telematici delle scatole nere e del sistema GPS installato sui mezzi del comando. Proprio i tracciati satellitari sono diventati la prova regina: la difesa ha tentato di contestarne l’utilizzo in sede di giudizio, ma i magistrati ne hanno sancito la piena legittimità. I tabulati del GPS hanno confermato i sistematici allontanamenti ingiustificati del dipendente pubblico durante i turni serali per scopi strettamente privati.
Sul fronte penale, l’uomo è già stato condannato in via definitiva per peculato d’uso, per l’utilizzo dei veicoli istituzionali, e per truffa aggravata, avendo abbandonato per incontri a luci rosse l’ufficio che avrebbe dovuto occupare al comando, anziché supportare le pattuglie esterne. La successiva prescrizione ha poi cancellato solo una parte minima degli episodi contestati, lasciando intatto l’impianto accusatorio.
Ora è arrivata la scure della magistratura contabile, che ha quantificato in 20mila euro il prezzo del discredito gettato sull’ente. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici hanno sottolineato come il comportamento del dipendente abbia provocato un indubbio danno d’immagine al Comune, amplificato dalla vasta risonanza mediatica del caso. A pesare sul risarcimento è stata proprio la divisa indossata: l’appartenenza alla Polizia locale è stata definita una circostanza particolarmente significativa. Chi ha il compito istituzionale di far rispettare la legalità non può violarla per fini personali, traducendosi in una gravissima lesione del rapporto di fiducia e affidamento che la cittadinanza ripone nelle forze dell’ordine locali.







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