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Chiari, morì per un ossicino: assolti due medici

Si è concluso con due assoluzioni il processo di primo grado per la morte di Rosa Pesenti, deceduta nel 2015 a seguito delle complicazioni insorte per avere ingerito un frammento d'osso.

(red.) Due assoluzioni per le dottoresse imputate nel processo per la morte di Rosa Pesenti, al 64enne di calcio (Bergamo) deceduta per le complicanze seguite all’ingestione di un frammento d’osso incastrato tra l’esofago e l’aorta e che portò al decesso dell’anziana nel 2015.

Sul banco degli imputati due medici del pronto soccorso dell’ospedale Mellino Mellini di Chiari, nel bresciano, le quali visitarono la donna la prima volta nell’ottobre del 2014, quando l’anziana si presentò affermando di avere consumato uno spiedo e che un ossicino le era rimasto incastrato nella gola. La prima volta, la dottoressa di turno, ritenendo che una gastroscopia fosse pericolosa da eseguirsi, prescrisse alla 64enne un medicinale inibitore della pompa gastrica raccomandandole di ritornare in ospedale se il dolore alla gola si fosse intensificato.

Fatto che avvenne pochi giorni dopo quando Rosa Pesenti, una settimana dopo la prima visita, si ripresentò al nosocomio clarense, dove a visitarla fu un’altra dottoressa: la situazione si era complicata e l’ anziana presentava un copioso sanguinamento. Venne quindi trasferita al Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove rimase ricoverata per diversi mesi, fino al decesso avvenuto nel marzo 2015.

Venne quindi aperto un fascicolo dalla Procura per omicidio colposo, con l’iscrizione nel registro degli indagati delle due dottoresse del pronto soccorso che visitarono la donna a una settimana di distanza l’una dall’altra.

Nel corso del processo, durato tre anni, c’è stata battaglia legale sulle perizie presentate dalle due controparti: venerdì 1 ottobre la sentenza di primo grado ha assolto entrambi i medici, una perchè il fatto non sussiste, la seconda perchè il fatto non costituisce reato.

Il pm aveva chiesto per entrambe le due dottoresse un anno di reclusione senza sospensione condizionale della pena. I giudici hanno ravvisato sia la mancanza dell’ elemento soggettivo, quindi
la colpa e del nesso causa effetto tra le loro condotte e la morte.

Prosegue intanto la vertenza tra la famiglia della vittima e l’Asst Franciacorta sul versante civile: i familiari hanno chiesto un risarcimento da 1 milione di euro per danni, ma la causa deve essere ancora valutata in attesa della perizia sulle cause del decesso.

 

 

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