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Viale Piave, Consiglio di Stato riapre moschea

I giudici hanno sospeso l’ordinanza di Palazzo Loggia che chiudeva il centro islamico "Minhaj Ul Quaran", in attesa di una sentenza "di merito" sulla vicenda.

(red.) Riapre la moschea di viale Piave a Brescia. Lo hanno stabilitoi giudici della Quarta sezione del Consiglio di Stato che mercoledì hanno depositato la sentenza.
La decisione, che non mancherà di sollevare polemiche in città, dove la vicenda ha subito diversi passaggi “infuocati”, sospende di fatto l’ordinanza del comune di Brescia che aveva chiuso la sede dell’associazione islamica Minhaj Ul Quaran, in attesa di un giudizio che entri nel merito della questione vera e propria.
Nel seminterrato dello stabile di viale Piave ha sede l’associazione culturale dove però, secondo la Loggia, intervenuta su segnalazione dei residenti e del Comitato quartiere sicuro, era stata allestita una vera e propria moschea, con cambio di destinazione d’suo dell’immobile e con i conseguenti rischi legati al sovraffollamento dei locali.
Contro tale presunto utilizzo si erano schierati anche Lega Nord e centrodestra, ed il comune ne aveva deciso la chiusura. Ma contro l’ordinanza della Loggia l’associazione islamica si era rivolta al Tar chiedendo la sospensione del provvedimento. In prima istazna il tribunale amministrativo aveva respinto la richiesta di sospensiva del centro Minhaj Ul Quaran, che non si era dato per vinto e si era quindi rivolto al Consiglio di Stato che, ribaltando il giudizio del Tar aveva accolto l’istanza e disposto la riapertura dei locali.
la vicenda però non si era conclusa perché i giudici del Tar avevano emesso una sentenza di merito con la quale veniva confermata l’agibilità della struttura, limitandone l’utilizzo.
Ora questo nuovo capitolo che segna un altro punto a favore dell’associazione islamica.
La sentenza dei giudici del Consiglio di Stato afferma che le questioni “sollevate nell’appello appaiono meritevoli di attento approfondimento nel merito” e che è necessario un giudizio più approfondito per “evitare il grave giudizio che riverrebbe all’associazione appellante – anche sotto il profilo dell’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti – dall’assoluta impossibilità di utilizzare l’immobile”.

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