Bossi: insulti al giudice, annullata l’immunità

La Consulta ha azzerato la delibera della Camera che "salvava" il senatur dall'accusa di vilipendio della bandiera italiana e dal risarcimento danni per le offese ad un magistrato.

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(red.) La Corte Costituzionale ha annullato, con una sentenza pubblicata venerdì, la delibera con la quale la Camera aveva dichiarato coperte da immunità parlamentare alcune dichiarazioni con le quali Umberto Bossi nel 2008 aveva pesantemente criticato il giudice di Cantù, Paola Braggion, che lo aveva condannato per vilipendio della bandiera a seguito di dichiarazioni del leader della Lega sul tricolore da utilizzare come carta igienica.
Braggion aveva chiesto il risarcimento danni a Bossi e la Corte d’appello di Brescia lo aveva condannato a pagare 40mila euro al magistrato, sentenza impugnata dal leader leghista.
Nel frattempo la Camera aveva adottato la delibera per definire insindacabili le parole del leader del Carroccio in quanto espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari.
La Cassazione ha sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera e ora la Consulta lo ha accolto, escludendo l’immunità parlamentare.
I fatti risalgono al 26 luglio 1997, quando nel corso di un comizio a Cabiate (Como) Bossi si riferì alla bandiera tricolore che sventolava su una scuola vicina, affermando, tra l’altro: ”quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il c…”.
Nel 2001 il leader della Lega venne condannato ad un anno e quattro mesi per vilipendio della bandiera dal giudice Braggion. Nei giorni seguenti il senatur in diverse interviste si scagliò contro il magistrato accusandola di strumentalizzare il proprio ufficio per incidere sulla competizione politica, di approfittare di un processo politico per ricavarne visibilità e di utilizzare ”relitti giuridici” con perdita di tempo e ”furto dello stipendio”.
Braggion chiese allora il risarcimento danni. Nel febbraio 2008 i giudici di Brescia le diedero ragione e condannarono il fondatore della Lega a pagare 40mila euro. Bossi impugnò la sentenza in Cassazione. A giugno, però, la Camera ‘salvò’ il senatur: le sue, secondo Montecitorio, sono opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari.
La Cassazione non è d’accordo e passa la palla alla Consulta chevenerdì ha accolto il ricorso. ”Non spettava alla Camera”, rileva la Corte Costituzionale, “affermare che le dichiarazioni rese dall’onorevole Umberto Bossi, per le quali pende il procedimento civile davanti alla Corte di Cassazione, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni” e pertanto la delibera di insindacabilità adottata dalla Camera viene annullata. Ora la Cassazione potràdecidere sul ricorso di Bossi contro la sentenza di condanna.

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