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Coronavirus e scuole, lettera dei sanitari: “Nostri figli tornino in presenza”

Scrivono a Mattarella e Draghi per chiedere che, mentre loro assistono i malati, i figli siano a lezione in presenza.

(red.) La chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado in zona rossa a causa della diffusione del contagio da nuovo coronavirus aveva spinto gli operatori sanitari, tra medici e infermieri che sono a loro volta genitori, a chiedere che i propri figli potessero continuare a seguire le lezioni in presenza e non dovendo stare a casa. Considerando che sarebbero soli, visto che i genitori, appunto, in questo periodo sono impegnati nell’assistere anche e soprattutto i pazienti Covid negli ospedali. Per questo motivo dalla provincia di Brescia, epicentro della terza ondata, è partita una lettera, di cui il Giornale di Brescia riporta i contenuti, sottoscritta da 300 operatori sanitari e anche dalla consigliera comunale di Brescia con delega alla Salute Donatella Albini.

Una missiva che è stata indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quello del Consiglio Mario Draghi. “Chiediamo che il governo rifletta sulla scelta che pone ai sanitari: prendersi cura dei malati o dei propri figli? A seguito della decisione del ministero dell’Istruzione che impedisce l’accesso alla didattica ‘in presenza’ ai figli dei sanitari, beffardamente emanata nella giornata internazionale dei diritti delle donne – si legge – vorremmo manifestare la nostra delusione per un provvedimento che mortifica gli ex-eroi della pandemia e li espone al dilemma: mi prendo cura dei miei figli o dei malati? Nonostante la presenza della variante inglese, si è verificato come la chiusura delle scuole non rappresenti una misura efficace per il contenimento del contagio se non associata a molte altre misure estremamente restrittive per il resto della popolazione.

A Brescia città, una delle più colpite anche in questa ondata,si rileva come il tasso di positività dei contagi di asili nido, scuole materne e scuole elementari sull’intera popolazione scolastica, da nidi alle secondarie fino al secondo grado, sia solo del 2,16%, percentuale nettamente inferiore a quello della popolazione generale. Non sono pertanto le scuole dell’obbligo a rappresentare il focolaio di diffusione più pericoloso. La chiusura delle scuole nell’area critica bresciana, risalente a oltre due settimane fa, non ha infatti portato ad alcuna riduzione dei contagi che, anzi, continuano ad aumentare. Come continua a salire la pressione sugli operatori sanitari, già sfiancati da un anno di emergenza, a cui si chiede di farsi carico a tempo indeterminato della scolarità del proprio figlio e contemporaneamente di aumentare la propria disponibilità per la ‘trincea’.

Con l’abolizione della frequenza scolastica di cui hanno usufruito i figli dei sanitari lo stato chiede ai medesimi di scegliere tra l’improponibile abbandono a casa dei minori e la ricerca, nella contingenza impossibile, di una babysitter fidata per turni che arrivano fino a 12 ore al giorno. Ai sanitari non è permesso usufruire dei giorni di ferie, né dei giorni di congedo-Covid. Ma è altrettanto impossibile – continua la lettera – per i sanitari utilizzare i ‘congedi parentali’ che spetterebbero per legge, perché significherebbe da parte di medici, infermieri e corpo sanitario abbandonare gli ospedali e i luoghi di cura.

Per curare i malati dobbiamo essere aiutati. Chiediamo solamente che in tempo di emergenza i figli dei sanitari possano frequentare l’asilo nido, la scuola materna, quella primaria e secondaria esattamente come fanno giustamente i bambini con disabilità, in modo che i genitori del comparto sanitario possano continuare a curare i pazienti negli ospedali, negli ambulatori, nelle Rsa, nelle comunità, negli spazi fragili, e in questa nuova ondata possano anche vaccinare la popolazione. Così come chiediamo che sia prioritaria la vaccinazione per le educatrici degli asili nido e delle scuole materne, e per le insegnanti delle scuole dell’obbligo”.

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