Fine vita, esposto bresciano in Procura sul primo caso di morte assistita in Lombardia

L’associazione bresciana Viva la Vita Italia chiede di verificare il rispetto delle condizioni fissate dalla Consulta. Nel mirino anche l’impiego di personale, farmaci e risorse del Servizio sanitario regionale.

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Brescia. Il primo caso di morte medicalmente assistita organizzato nell’ambito del Servizio sanitario regionale lombardo riapre il confronto politico e istituzionale sul fine vita.
A chiedere un accertamento sulla procedura è Viva la Vita Italia ODV-ETS, associazione bresciana presieduta da Giacomo Gigliotti, che ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Busto Arsizio.
L’associazione precisa di non voler mettere in discussione la scelta compiuta dalla persona, ma chiede alla magistratura di verificare se siano state rispettate tutte le condizioni individuate dalla Corte costituzionale per delimitare l’area della non punibilità. Sotto esame, in particolare, ci sarebbe anche l’organizzazione sanitaria della procedura e l’eventuale utilizzo di personale, farmaci, dispositivi, strutture e risorse pubbliche.
Uno dei punti sui quali l’esposto sollecita verifiche riguarda l’autosomministrazione del farmaco, insieme alla ricostruzione dell’intera catena sanitaria e amministrativa che ha portato alla morte medicalmente assistita.
«Non chiediamo una condanna preventiva e non intendiamo trasformare una vicenda umana dolorosa in uno scontro ideologico», spiega Gigliotti, sottolineando però la necessità di accertare se la procedura, organizzata e sostenuta dal Servizio sanitario regionale in assenza di una specifica legge nazionale, sia stata realizzata nel pieno rispetto dei limiti stabiliti dalla Consulta.
La vicenda lombarda si inserisce in un quadro nazionale ancora privo di una disciplina organica sul suicidio medicalmente assistito. Il confronto si è riacceso anche dopo l’approvazione in Veneto di una legge regionale che disciplina le procedure.
In Lombardia, tuttavia, il presidente Attilio Fontana invita a distinguere il percorso seguito dalla Regione da quello veneto. La Lombardia, ha spiegato, non si è dotata di una legge specifica, ma ha adottato indicazioni organizzative che, secondo il governatore, riprendono sostanzialmente gli stessi principi e che hanno già trovato applicazione concreta.
È proprio questa differenza tra una disciplina legislativa e un percorso organizzativo interno al sistema sanitario a rappresentare uno dei punti più delicati del dibattito.
Sul fronte politico, gli eurodeputati bresciani di Fratelli d’Italia, Mariateresa Vivaldini e Paolo Inselvini, si schierano contro l’estensione del suicidio medicalmente assistito come prestazione sanitaria.
Vivaldini pone l’accento sul concetto di libertà della scelta in presenza di condizioni di particolare fragilità, interrogandosi su quanto possa essere realmente libera la decisione di una persona malata, sola o impaurita, soprattutto quando ritiene di rappresentare un peso per gli altri.
Ancora più netta la posizione di Inselvini, che definisce la legge approvata in Veneto una scelta sbagliata e contesta l’idea che il Servizio sanitario possa arrivare a organizzare una procedura finalizzata alla morte. L’eurodeputato richiama inoltre il centrodestra a non seguire la sinistra su questo terreno, rivendicando la difesa della vita soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.

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