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Coronavirus, nel bresciano emersi 15 casi di variante Delta (indiana)

Sono emersi a maggio e riconducibili a tre focolai familiari subito isolati. La situazione sarebbe sotto controllo.

(red.) In questo periodo di metà giugno dal punto di vista del contagio da coronavirus che per fortuna sta battendo in ritirata, grazie alla campagna di vaccinazione di massa e anche alla stagione estiva che spinge a stare all’aperto, la preoccupazione proveniente dalla Gran Bretagna in questo momento è la variante Delta, cioé l’indiana. Tanto che ieri, martedì 15 giugno, in Regione Lombardia è emerso che dall’inizio del 2021 si sono registrati 81 casi proprio di questa variante e di cui 15 nella nostra provincia di Brescia. Ma gli esperti italiani si dicono tranquilli, pur nella prudenza, visto che la circolazione di questa variante sarebbe molto ridotta, sotto l’1% secondo il rapporto più recente dell’Istituto Superiore di Sanità.

E l’altro aspetto positivo riguarda il fatto che la campagna di vaccinazione in corso sarebbe utile e decisiva anche per contrastare questo ceppo. Secondo gli studi, due dosi di AstraZeneca o di Pfizer possono evitare di sviluppare la malattia indotta dalla mutazione del virus. E non a caso nel Regno Unito la preoccupazione maggiore, che ha spinto a rinviare altre riaperture di un mese, riguarda proprio il fatto di aver deciso di programmare una campagna di vaccinazione di massa, ma solo con la prima dose. A differenza di quella italiana e di altri Paesi europei che stanno procedendo di pari passo tra prima dose e richiamo. Come detto, in Lombardia sono stati registrati 81 casi di questa variante dall’inizio del 2021 dopo aver sequenziato i tamponi selezionati a campione. Così sono emersi due casi ad aprile, ben 70 a maggio e, in riduzione, 9 risalenti all’altro giorno, il 14 giugno.

“Da dicembre ad oggi abbiamo effettuato 16.638 genotipizzazioni e abbiamo riscontrato che la variante inglese (Alpha) con il 68% è, ad oggi – ha detto l’assessore lombardo al Welfare Letizia Moratti – quella prevalente in Lombardia, seguita da quella brasiliana (Gamma) 1,1% e dalla sudafricana (Beta) 0,3%”. Per quanto riguarda il territorio bresciano, ad occuparsi del sequenziamento sono i laboratori degli Spedali Civili, l’Istituto Zooprofilattico e quelli di Synlab che dall’inizio dell’anno hanno effettuato 1.500 sequenziamenti con, appunto, l’emersione di 15 casi di variante Delta tutti riconducibili a tre focolai familiari subito isolati e risalenti alla metà di maggio. Ma per l’Ats di Brescia, nonostante l’ex variante indiana sia più facile da trasmettere e anche con un ritmo più alto di ospedalizzazione, la situazione sarebbe sotto controllo.

Sempre dal punto di vista bresciano è emerso come la variante inglese rappresenti il 69% dei casi, con un aumento fino all’80-85% a giugno, poco più del 15% del ceppo originario, 1,6% di nigeriana e 0,5% di Delta. E su questo nuovo timore il professore Arnaldo Caruso, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale Civile e presidente della Società italiana di virologia, interpellato dal Giornale di Brescia, dice di non essere preoccupato. Da una parte, grazie alla campagna di vaccinazione quasi completata, nelle due dosi, per anziani e fragili e dall’altra per la bassa diffusione. In ogni caso, allo stesso quotidiano bresciano il professore anticipa che in autunno dovrebbe esserci una nuova ondata, ma che la campagna di vaccini che ha coperto soprattutto i soggetti più a rischio è decisiva. E prevede anche che ci sarà una terza dose come richiamo di aggiornamento alle varianti da inoculare proprio agli anziani e ai fragili, ma anche agli insegnanti e operatori sanitari.

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