Coronavirus, un terzo dei pazienti curati in Poliambulanza soffre ancora

261 pazienti sono seguiti da un programma dedicato. E si presentano situazioni simili a invecchiamento precoce.

(red.) Sono stati curati in Poliambulanza a Brescia nei mesi più caldi dell’epidemia da coronavirus, poi guariti e dimessi. Ma non tutti i pazienti si sentono come prima dell’infezione dovuta al virus. Gli strascichi sono a volte piuttosto pesanti e hanno bisogno di essere gestiti. Per questo motivo è stato reso operativo, da metà aprile, nell’istituto ospedaliero bresciano l’ambulatorio post Covid, un progetto pilota con cui si vuole tracciare una mappa delle possibili complicanze della malattia e curarle riducendo l’impatto che continuano ad avere sulla vita dei guariti. 261 sono le persone che ad oggi hanno aderito al programma di follow up.

Due terzi – si legge in una nota della Fondazione Poliambulanza – ha dichiarato di non avere più problemi e di aver ripreso una vita normale, come prima dell’infezione. 168 (il 64%) sono, quindi, gli ex pazienti che non richiedono nuove visite di controllo. Ma il 36%, cioè 93 pazienti, necessita di ulteriori valutazioni, in particolare da parte dello specialista pneumologo. Per loro, cioè per chi è stato ricoverato in Poliambulanza a causa del Covid-19, l’ambulatorio post Covid ha garantito e garantisce programmi di controllo. In particolare a 4 mesi per 40 pazienti (43%), dopo 6 mesi per 28 (30%) e a distanza di 9 mesi dall’infezione per altri 25 casi (27%).

“Abbiamo ricontattato gran parte delle persone trattate nei mesi scorsi in corsia e poi dimesse, per verificare il grado di salute degli ex pazienti e scattare una fotografia che metta a fuoco il numero di malati che soffrono di qualche disturbo dopo la risoluzione dell’infezione – dice Renzo Rozzini direttore del Dipartimento in Poliambulanza – l’età media dei pazienti è di 62 anni, più del 70% maschi, il 24% è affetto da patologie croniche, prevalentemente ipertensione (per questi pazienti la malattia ha frequentemente imposto la necessità di rivalutare la terapia). L’area di disturbi più rappresentata è quella emotiva/affettiva. Circa il 40% dei casi lamenta lo sviluppo di sintomi nuovi, cioè mai manifestati prima della malattia, come labilità emotiva, disturbi dell’umore, ansia (anche crisi d’ansia), insonnia. Si tratta di un fenomeno non irrilevante. In 5 casi il ricovero ha evidenziato noduli polmonari, preesistenti al Covid-19, da seguire nel tempo.

Quanto osservato richiama a modificazioni paragonabili a quelle che si osservano nei processi di invecchiamento: la persistenza di sintomi somatici dopo una malattia acuta, la lentezza del recupero (fragilità), la comparsa di sintomi maladattativi. Su questo aspetto si sta conducendo una ricerca insieme ai colleghi dell’università di Modena-Reggio Emilia. I dati preliminari della nostra valutazione dei pazienti post Covid – continua Rozzini – permettono di affermare la necessità di una valutazione di tutti i pazienti che hanno avuto una Covid sintomatica e di rilevare che circa il 15% dei dimessi ha sintomi da monitorare nel tempo. Sarebbe necessario un programma nazionale per affrontare questa realtà ora necessariamente sottostimata, che potrebbe avere un enorme impatto futuro anche in termini di spesa pubblica”.

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