Centro Covid al Civile, le perplessità dei medici bresciani

In una lettera inoltrata alle istituzioni sanitarie, l'ordine dei dottori ha raccolto una serie di dubbi su sicurezza e gestione.

(red.) L’ordine dei medici di Brescia è intervenuto sul nuovo progetto del centro Covid-19 all’interno degli Spedali Civili. In una lettera indirizzata alle istituzioni, Ottavio Di Stefano, per l’Ufficio di Presidenza dell’Ordine, ha espresso numerose perplessità sull’iniziativa, soprattutto dopo una serie di considerazioni raccolte dai medici in prima linea che al Civile ci lavorano. Ecco il testo integrale.

 

La nostra stampa ci informa del progetto, già in fase avanzata, illustrato il 4 aprile dalla Direzione Strategica degli Spedali Civili, alla presenza dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, di un nuovo reparto per malati affetti da COVID 19 da allestirsi in un padiglione dell’anello bordoniano (da arch. Angelo Bordoni che progettò e realizzò, a partire dal 1938, la parte ormai storica del nostro ospedale. Si trattò, allora, di un progetto innovativo che fece scuola).

L’Ordine ha nei suoi compiti istituzionali, di ente sussidiario dello stato, la tutela della professione a garanzia del paziente. Bella frase, aulica, allora decliniamola in termini pratici. Altro non vuol dire che mettere in condizione i medici di curare al meglio i malati e che entrambi siano in condizioni di sicurezza. Sicurezza che non sempre è stata garantita ai tempi del COVID 19, coronavirus, e non voglio, ancora, ricordare quanti medici e non abbiano pagato.

Allora poniamo solo poche domande, magari inutili, perché già affrontate dai tecnici che sicuramente avranno avuto parte determinante nel progetto in fieri.
Ristrutturare un padiglione dell’anello bordoniano in 60 giorni soddisferà i requisiti minimi previsti dall’OMS per questa tipologia di struttura?
(Severe Acute Respiratory Infections Treatment Centre Practical manual to set up and manage a SARI treatment centre and a SARI screening facility in health care facilities. March 2020 WHO. pag. 36).
Sono aspetti tecnici che certamente saranno stati valutati e indispensabili per garantire adeguatezza clinica e riduzione del rischio infettivo.

Si sono previsti e si potranno realizzare, nei tempi indicati, percorsi differenziati per l’accesso ai servizi fra pazienti COVID e no COVID? Per gli stessi servizi (esempio imaging) saranno previste e realizzate le indispensabili aree COVID dedicate?

Quali malati dovranno accedere al nuovo reparto? Malati di media – severa gravità? I requisiti mutano radicalmente.

 

Questi malati provengono dal territorio; è lapalissiano. Ed allora vi propongo uno scenario, che sconta limiti di arbitrarietà.
Ipotizziamo, speriamo, che l’andamento epidemico sia in declino e che i pazienti COVID sul territorio, come in questi giorni sta avvenendo, diminuiscano in modo molto rilevante. Ne rimarranno alcuni, pochi ancora speriamo, che però costituiranno focolai di possibile ripresa epidemica. In questo scenario dovremo prevedere, dicono gli esperti, che tutti possano essere ricoverati. Sì tutti. Perché questo sarà, allora, uno dei pochi metodi per evitare la ripresa della diffusione del contagio (si pensi all’inevitabile progressiva, graduale riduzione delle misure restrittive. Non ora certamente).

Questi malati, molti non gravi, con necessità di assistenza medio bassa, ma portatori del virus troveranno utile, corretta collocazione nel nuovo padiglione all’interno dell’ospedale?

E i guariti non dimissibili, sia per ragioni cliniche che sociali, continueranno ad essere inviati all’ospedale “diffuso”? E’ proponibile che rimanga attivo, in tutte le sue articolazioni, nel medio o lungo termine?

Sembra che l’ipotesi, più volte ventilata, di una struttura modulabile esterna, ma vicina all’ospedale per malati a bassa e media intensità (tutti i nuovi COVID) e i convalescenti o non dimissibili sia stata abbondonata, come invece consigliano le agenzie tecniche internazionali.
E pure abbandonata l’ipotesi di utilizzo di strutture già esistenti, come l’attuale Medicina Infettivi, opportunamente ristrutturata, anche con la realizzazione di sezioni dedicate di imaging e di altre procedure specialistiche al suo interno, e che già dispone almeno in parte dei requisiti OMS, dove ricoverare malati gravi, anche ad alta intensità. Sicuramente vi saranno valide motivazioni per la scelta proposta, anche se abbiamo raccolto non poche perplessità dai colleghi ospedalieri.

Ultima soggettiva, e quindi del tutto criticabile, questione. Un ospedale, con nel cuore un reparto COVID (pur con tutte le garanzie di sicurezza, si presuppone), che reazioni potrà determinare su chi vorrà accedervi per la patologia “normale” che l’epidemia ha oscurato, ma, ovviamente, per niente attenuato? Queste domande scontano l’inadeguatezza tecnica di chi le propone, ma ciò dovrebbe facilitare risposte chiare e convincenti.

 

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