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Pcb e diossine scorrono nel sangue dei bresciani

Secondo uno studio del servizio prevenzione Asl di Brescia e dell'Istituto superiore di Sanità, concentrazioni maggiori in chi vive vicino ai siti industriali.

(red.) Le concentrazioni di diossine pcb nel sangue dei bresciani sono più alte di quelle di altri gruppi di persone in Italia. A mettere nero su bianco questo dato è uno studio del servizio prevenzione dell’Asl di Brescia e dell’Istituto superiore di Sanità, pubblicato recentemente sul Giornale italiano Medicina del lavoro, come riporta l’edizione odierna del Corriere della Sera.
“La popolazione di Brescia”, riporta l’analisi, “anche non residente nelle aree inquinate dall’impresa Caffaro, si caratterizza per concentrazioni nel siero di diossine e Pcb superiori ai valori osservati nelle popolazioni italiane non esposte”.
Ma se nel sangue di chi vive più vicino a siti industriali e produttivi dell’hinterland di certo non si rallegrerà alla lettura di un tale rapporto, non possono dirsi esentati nemmeno i residenti che, vivendo lontano da fabbriche e industrie (come a Tignale e Bagolino) presentano comunque “concentrazioni di diossine, furani e pcb sono apparse più elevate di quelle osservate in alcuni gruppi di popolazione generale italiana”.
Sul Garda e nell’alta Val Sabbia, come riporta il quotidiano di via Solferino, le concentrazioni di diossine rilevate sono nella media italiana, discorso diverso, invece, per i Pcb.
La ricerca è stata realizzata dal dottor Pietro Gino Barbieri (Asl Brescia), da Silvio Garattini (Iss) e da altri sei medici-ricercatori (Pizzoni, Festa, Abbale, Marra, Iacovella, Ingelido, Valentini, De Felip). Obiettivo dell’indagine la valutazione dell’esposizione cumulativa a policlorodibenzodiossine (Pcdd), policlorodibenzofurani (Pcdf) e policlorobifenili (Pcb) in lavoratori metallurgici e nella popolazione generale della provincia di Brescia.
In esame è stato preso il sangue di 300 lavoratori metallurgici e di 20 impiegati negli uffici amministravi, ma anche di 46 persone che vivono vicino alle aziende che fondono rottami e di altre 47 che vivono a Tignale e Bagolino, lontane dalle aree industriali.
Ne emerge che “per i lavoratori metallurgici si osservano livelli ematici di pcb più elevati di quelli osservati nella popolazione non professionalmente esposta, sebbene in modo non statisticamente significativo, fatta eccezione per alcuni congeneri – come i pcb 28, 52 e 101 – che risultano significativamente più abbondanti”. Per chi risiede lontano dalle fonti inquinanti “l’intervallo di valori osservati è più basso”.
Ma dal report emerge anche che chi lavora in una fonderia di ghisa è meno esposto dei colleghi che lavorano nella fonderia di alluminio o in acciaieria. Chi lavora nelle aree addette alla fusione e manutenzione è più esposto di chi si di occupa invece di colata e parco rottame.
Nelle conclusioni gli studiosi rilevano che “la fusione dei metalli da rottami contaminati con materiali plastici può contribuire al rilascio in ambiente di composti organo clorurati”, parte dei quali cancerogeni  (le tetraclorodibenzodiossine). E l’industria del ferro e dell’acciaio, fiorentissima nel Bresciano, dà origine a maggiori emissioni di diossine e furani.

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