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Negli abissi della fede con la “Vita di Pi”

Il film di Ang Lee porta sugli schermi una storia di grandissima spiritualità interpretata da un adolescente alla ricerca di se stesso e del senso dell' esistenza.

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(red.) Il film scelto da quiBrescia.it per la recensione di questa settimana è “Vita di Pi”, di Ang Lee; voto: *** e mezzo.
di Daniel Gallizioli

La fine del 2012 e l’ inizio del nuovo anno nelle nostre sale cinematografiche sono stati caratterizzati da varie pellicole che, come spesso capita in periodi come questo, non hanno invertito la misera tendenza valutativa delle maggiori distribuzioni.
Da una parte, molti riflettori hanno puntato sul ritorno di Jackson che in pompa magna realizza l’ “originario” e autoreferenziale “Lo Hobbit”, che non ha nulla da dire dopo la fortunata trilogia del “Signore degli anelli”, dall’ altra un thriller d’ avventura in classico stile hollywoodiano:  il deludente “La regola del silenzio” , in cui un cast ampio e conosciuto quanto attempato e fiacco non riesce a suscitare la benché minima tensione  emozionale  e la regia di un Redford d’ altri tempi non dona altro che noia e schematismo classico  all’ intera pellicola.
Segue l’ ennesimo adventure-movie di Cruise che sembra voler fare di tutto fuorché rendersi conto dell’ età che ha e continua a scorrazzare in mezzo a prevedibili sceneggiature nei panni di un militare implacabile in “Jack Reacher”; accanto,  un ritorno “british” e caotico di  Tornatore che con “La migliore offerta” mette in scena oltre che un ottimo cast, che mantiene il film su buoni livelli, anche le sue qualità  espressive su una sceneggiatura complessa e articolata che naviga fra apparenza e realtà. Il tutto condito da alcune insicure opere animate con “Ralph Spaccatutto” e “Sammy 2” e le immancabili espressioni popolari del Cinema Italiano che sforna il ritorno nazional popolare  di Albanese in “Tutto tutto  niente niente”, la meteora da 7 milioni di euro incassati “I due soliti idioti”  e la commedia (che si presenta come brillante, rivelandosi poco più che un cine-panettone) “Mai stati uniti”.
Un calderone commerciale che visto così non sembra aver molte differenze dalle classiche locandine pubblicitarie dei nostri  Multisala, se non spuntasse in mezzo a questo coerente insieme di vecchio e scassato Hollywood unito a commediole comiche da pizza e mandolino, la nuova e magnifica fatica del taiwanese Ang Lee: “Vita di Pi”.
Tratto dall’ omonimo romanzo di Yann Martel, il racconto tratta di un ragazzo di Pondicherry (India), Piscine (chiamato Pi),  che già in età giovanissima cercherà di esplorare i misteri della religione e della spiritualità, aderendo a tratti all’ induismo, al cattolicesimo e all’ islamismo. Da ragazzo, dopo la decisione dei genitori di trasferirsi in Canada,  rimarrà vittima di un terribile naufragio, che lo vedrà sopravvivere in aperto Oceano Pacifico per 227 giorni su una scialuppa insieme ad una tigre del bengala di nome Richard Parker. Un racconto di formazione, caratterizzato da forti influenze testuali, sia religiose che letterarie, da Defoe ai racconti biblici di Giona, da Allan Poe al “Libro di Giobbe”. Elementi  che il regista cerca di mantenere quasi immutati, riuscendo ad esaltarli con una regia brillante e ritmata in ogni sua aspetto e una finezza tecnica da pittore del suo tempo. Sequenze lunghe scandite spesso da  piacevoli long take caratterizzano in particolare il presente, cioè Pi da uomo che si racconta al giornalista che lo intervista sulla sua esperienza ed è proprio da qui che inizia un lunghissimo flashback che dura quasi tutto il film.
Un ricordo che viene interrotto raramente dalle domande del reporter, soprattutto dopo lo snodo narrativo del naufragio, sequenza in cui la storia prende un’ impennata narrativa repentina, avvolgendo lo spettatore in un vortice naturale che lo tiene in apnea, riportandolo in superficie solo nel finale. L’ elemento naturale dell’ opera si presenta in tutta la sua meravigliosa prepotenza e maestosa armonia  fin dalle battute iniziali,  in cui i titoli di testa si confondono con piani in movimento di animali dello zoo, dove Pi cresce, in India. Volatili, elefanti, felini e scimmie di varie specie si alternano in un ancestrale gioco con la cinepresa  che danza insieme al protagonista per tutta la storia, riuscendo a toccare livelli altissimi, soprattutto nelle scene del viaggio, durante il quale Pi si scontrerà con una serie sterminata di creature meravigliose, tra cui un gigantesco cetaceo che salta fuori dall’ acqua a pochi metri da lui. La cura tecnica dei particolari scenici e della maggior parte dei vari animali presenti nel film è totalmente o parzialmente computerizzata e gli effetti speciali sono di grande livello, anche grazie ad una  fotografia veramente unica, diretta  da Claudio Miranda, che già nel 2008 riuscì a fare quasi un miracolo ne “Il cuorioso caso di Benjamin Button”.
La recitazione,  veicolata in particolare  dallo sguardo di Suraj Sharma che, alla sua prima esperienza sul grande schermo, interpreta il giovane Pi, è di ottimo livello e  rivela la grande capacità del regista di gestire alla perfezione l’ impianto prossemico e l’ intero cast, plasmandolo perfettamente con i personaggi animati e virtuali. La spontaneità della sceneggiatura, firmata da David Magee si sposa alla perfezione con la freschezza recitativa e la raffinatezza tecnica del regista. L’ emozionalità è un’ onda che si mantiene sempre alta, raggiungendo in alcune scene un vertice espressivo commovente, anche se la presenza di animali rende questo aspetto uno dei meno complessi. I facili sentimenti verso la sofferenza delle indifese creature  tuttavia non si presentano mai banali o forzati, anche grazie all’ ottima interpretazione di tutto il cast. I colori e la forza visiva di molte scene sono spettacolari e non si è mai visto un 3D tanto armonico e così efficace.
Forse uno dei pochi film che è stato accresciuto da questa forma digitale, anche se ciò riguarda una mera questione visiva, pur sempre spettacolare e prevaricante come in questo caso ma di fatto superflua per l’ economia ultima di una pellicola cinematografica comunque di ottimo livello. Una favola quella di Pi incredibile quanto spettacolare ed emozionale che riflette sull’ illusorietà dell’ esistenza e sull’ illusione stessa, esplorandone il valore profondo, spirituale e religioso che esalta la visionarietà di Ang Lee, la sua enorme versatilità espressiva e la grande capacità di unire elementi culturali orientali e occidentali con una brillantezza unica che riesce a comunicare e parlare ad una grande quantità di spettatori, evitando sempre di aderire ad etichette di genere, di lingua o cultura. Una folgorante  libertà espressiva che rivela e testimonia forse il motivo dell’ enorme sviluppo orientale nell’ eccellenza cinematografica occidentale, emersa dalla tecnica unica di Lee, già vincitore di Oscar e Leone d’ Oro nel 2005 con “I segreti di Brokeback Mountain”  e dal non meno importante  coreano Kim Ki Duk, che si è aggiudicato l’ ultimo Festival di Venezia con “Pietà”.
Uno sviluppo artistico non casuale che rivela una profonda diffusione  culturale da parte di un Oriente sempre più in crescita e sempre meno protezionista e che, soprattutto nei poli di Corea, Giappone e India, sta dimostrando il suo enorme valore, ricoprendo sempre maggiormente il ruolo di protagonista del Cinema mondiale. Un primato già parzialmente riconosciuto nei maggiori concorsi cinematografici occidentali ma non ancora ammortizzato dalle grandi distribuzioni europee e statunitensi. Pare per i soli meri motivi commerciali.

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