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“Di nuovo in gioco”, piacevole ma scontato

La pellicola, egregiamente interpretata da Clint Eastwood, è parsa un po’ troppo banale nella trama, e forse un po’ prevedibile anche nel finale.

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Il film scelto questa settimana da quiBrescia.it per la recensione è “Di nuovo in gioco” di Robert Lorenz.di Daniel Gallizioli
Gus Lobel (Clint Eastwood) è un anziano scout degli Atlante Braves, una delle squadre della Major league americana di baseball. Acciaccato e sempre più ombra di se stesso, malgrado il suo mordente, la passata leggenda del mercato comincia ad essere sempre più lontano anche dalla dirigenza che, non fidandosi più di lui, invia altri osservatori nelle sue zone. Preoccupazioni non peregrine, visto che ormai la vista di Gus è molto diminuita e, a causa di un grave annebbiamento, non riesce nemmeno più a vedere nitidamente il campo e i giocatori, basandosi per lo più su rumori e suoni di mazze e lanci.
Intuizioni che tuttavia riveleranno a tutti il suo vero talento dato dai lunghissimi anni sul campo e non da sterili statistiche su uno schermo. Un rapporto con il suo lavoro e col baseball quasi fisico e totale quello di Lobel, che senza lavoro non è più, non esiste più, non si sente vivo. Sarà per questo motivo che Pete Klei (Goodman), vecchio amico e dirigente sportivo, rendendosi conto dei suoi problemi e del rischio che la dirigenza non gli rinnovi più il contratto, chiama la figlia Mickey (Amy Adams), la sua unica famiglia, chiedendole di andare da lui per qualche giorno. Mickey, avvocato di spicco in uno studio di Atlanta, decide dopo un iniziale rifiuto di stare per un paio di giorni dal padre per sorreggerlo e per cercare di ricostruire un rapporto compromesso da tempo per lo zelo eccessivo del genitore e la morte prematura della madre. L’ inaspettato incontro porterà ad una serie di eventi che riavvicineranno i due, riportando alla luce lontane verità e restituendo un nuovo e fresco affetto e una tenera  empatia che porterà i protagonisti a capirsi, ritrovarsi e perfino a collaborare lavorativamente.
Il tutto condito dalla presenza di un giovane scout, Johnny (Timberlake), ex promessa scoperta da Gus, che sedurrà la giovane, allontanandola dallo stress lavorativo per riavvicinarla all’umanità e alla passione del baseball e quindi all’affetto perduto per il padre troppo assente.
Ritorno sul grande schermo da solo attore di Eastwood, che viene diretto da Robert Lorenz che, dopo anni da produttore, produttore esecutivo e aiuto regista anche di grandi film come “Million dollar baby” e “Gran Torino”, realizza la sua prima pellicola da regista. Hollywood torna a parlare di baseball (dopo il buon “Moneyball” di Miller dell’ anno scorso) dall’interno e cioè dal punto di vista dei dirigenti, scout, osservatori e addetti ai lavori. E sempre con quella tendenza maniacale nel mettere a confronto la tradizione del passato e il “nuovo”, la tecnologia, il progresso, quelle statistiche che fanno valutare un giocatore solamente dai suoi dati demoscopici.
Lo stile dell’esordiente autore si rivela però non tanto efficace e viscerale quanto quello di Miller, mostrandosi troppo condizionato dalla presenza di Eastwood, prevaricante rispetto agli altri personaggi, in un intreccio scontato ed eccessivamente prevedibile, che mischia gli archetipi della commedia romantica americana con quella tipica tendenza formalistica hollywoodiana di bildungsroman a stelle e striscie al profumo di sogno americano che ha sempre caratterizzato le produzione d’oltre oceano di medio livello. 
Le scene vengono anticipate facilmente da uno spettatore preparato e ormai saturo da questa tendenza, e la regia è ordinaria, caratterizzata da una narrazione neutra che non sperimenta mai nulla, in linea con una tecnica registica antiquata, a parte per alcuni preminenti piani fissi su Gus che richiamano direttamente lo stile di Eastwood (aspetto che non ci stupisce, conoscendo la relazione tra attore e regista e sapendo che uno dei produttori è lo stesso protagonista).
Emozionalità forzata, soprattutto nella parte finale, con una mistura di facili sentimenti famigliari e amorosi che si mischiano in un alchimia presumibile e repellente verso un’ happy-end  tipicamente americano, troppo semplicistico e non più sopportabile (la stessa tendenza formale su cui esattamente vent’ anni fa Robert Altman ironizzava nel suo immortale “I Protagonisti”).
Piacevole la volontà di raccontare profondamente la passione di un anziano scout verso uno sport magnifico e vissuto a tutto tondo, un uomo che respira sport e vive per lo sport. Inclinazione che però si sfalda minuto dopo minuto, dipingendo un soggetto sempre meno credibile e delineando la storia su un piano sempre più emozionale e forzatamente romantico con la presenza di Timberlake che contribuisce al racconto più di una storia d’ amore adolescenziale tra un cantante di successo e una sua fan che un rapporto fra adulti.
Il double plot, che permane per tutta la sceneggiatura, che si concentra da una parte su Gus, il suo lavoro e la sua famiglia e dall’ altra Mickey, con i suoi sentimenti e le sue idiosincrasie, prosegue in modo ordinato e lineare e, con dei picchi di dinamismo, riesce ad avvicinare molto lo spettatore allo schermo e si dimostra, malgrado i limiti, piuttosto piacevole.
Unico pregio di una produzione che non convince e che, sebbene non sia lui il regista, ci auguravamo di non incontrare al Cinema accanto alla presenza di Eastwood, in particolare dopo le delusioni di “Hereafter” ma soprattutto di “J. Edgar”. Non possiamo far altro che augurarci che la longevità personale ed artistica di questo enorme regista ci regali altri capolavori.

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