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Il “Cesare” del Taviani, capolavoro di umanità

Il film, Orso d'oro a Berlino e 5 David di Donatello, porta in scena i detenuti del carcere di Rebibbia che interpretano in modo memorabile l'opera shakespeariana.

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Il film scelto questa settimana da quiBrescia.it per la recensione è “Cesare deve morire” di Vittorio e Paolo Taviani; voto: ****

di Daniel Gallizioli

Con l’ ultima scena della morte autoinflitta di Bruto dopo la congiura romana delle Idi di Marzo, si chiude con successo la rappresentazione teatrale del “Giulio Cesare” di Shakespeare nel teatro del carcere di massima sicurezza di Rebibbia.
Dopo di che gli attori-detenuti tornano come ogni giorno in una cella desolata e spoglia, diventata ancora più angusta dopo lo stretto contatto con l’ arte, che in quel periodo li ha aiutati a sopportare la prigionia.
Un flashforward che anticipa l’ inizio cronologico della trama, avvenuto sei mesi prima, quando il direttore del carcere espone ai detenuti il progetto ricreativo teatrale. Ne seguiranno provini, definizione dei personaggi, prove di scena e di dialoghi continue e snervanti ma anche stimolanti ed appassionanti, non senza la sofferenza della detenzione, che sembra però assopirsi con questa dichiarativa esperienza artistica da parte di cinque attori carcerati: Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio), Juan Dario Bonetti (Decio) e Vincenzo Gallo  (Lucio).
Con un cast di non professionisti e di detenuti reali del carcere romano, Paolo e Vittorio Taviani realizzano un’ opera epica di grandissimo livello formale ed estetico. Confondendosi in un ambiente comunemente sconosciuto come il carcere, i cineasti producono  una pellicola di forte impatto espressivo che va ad indagare il sentimento umano e intimo dei soggetti carcerati, che tramite un copione teatrale esprimono tutta la loro complessità interiore, frustrazione emotiva e coscienza  psicologica anche grazie a dei dialoghi che, rispetto all’ opera originale, vengono tradotti  in una lingua provinciale, di  inclinazione dialettale (linguaggio che cambia a seconda delle origini di ognuno dei personaggi), che dona una spontaneità ed un realismo pirandelliano all’ opera shakespeariana da una parte e un verismo  popolare di enorme umanità e solennità emozionale  dall’ altra.
Il perfezionismo e l’ esperienza cinematografica dei fratelli Taviani si percepisce in ogni singola inquadratura, nel più impercettibile movimento scenografico e risente del genere documentario nella sua integrità  ed onestà narrativa. Sensibilità che  in questo caso veste anche i panni sociologici dell’ indagine pura della realtà in un carcere di massima sicurezza. Malgrado l’ età artistica e anagrafica  degli autori, l’ opera risulta di un’ attualità sorprendente e molto comunicativa e volitiva nel suo incedere sicuro ma ordinato, senza sbavature. Gli attori sembrano assolutamente dei professionisti e quasi mai risentono dell’ inesperienza recitativa, probabilmente grazie alla genuinità  dei dialoghi (spesso sottotitolati) con i quali rivivono su di sé ciò che recitano per la crudezza della tragedia medesima, fatta di  tradimento, giochi di potere, violenza e morte.
Un bianco e nero elegantissimo non lascia quasi mai le riprese e regala all’ opera ancora più solennità ed epicità storica. Alcuni dialoghi si rivelano molto forti ed emozionali insieme ad alcune inquadrature meste ed angosciose, come i primissimi piani di una scena nel mezzo del film, durante le prove , con cui i protagonisti, seguiti dalla scritta dei  rispettivi reati e delle  pene da scontare, fissando l’ obbiettivo, esprimono tutto il proprio dolore e la propria inquietudine interiore senza aprir bocca. La metateatralità che ricorda in più occasioni quella goldoniana, si mischia con una metacinematografia smorzata, visto che siamo di fronte alla preparazione di un’ opera teatrale, arrivando quindi ad una  “metaespressività” poetica e sensuale che mai disturba uno spettatore trasportato completamente dall’ azione .
Ottimi risultati di critica per la pellicola, con cinque “David di Donatello” 2012 e la grande  vittoria dell’ “Orso d’ Oro” al Festival di Berlino (premio che mancava all’ Italia dal 1991 con “La casa del sorriso” di Marco Ferreri) e una miriade di altri premi e nomination in Festival minori. Enorme successo evidentemente ed inspiegabilmente  ignorato  da molte case di distribuzione nazionali,  visto che uno dei migliori film Italiani dell’ anno è apparso in pochissimi Cinema italiani. Fortunatamente l’ edizione dvd, munita anche di interessantissimi contenuti speciali, può soddisfare l’ attesa dei molti spettatori che non hanno avuto la possibilità di ammirare quest’ enorme prodotto artistico  italiano.

 

 

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