Un ritratto a sette mani de L’Havana

Sette cortometraggi che seguono i giorni della settimana, diretti da sette diversi registi internazionali con un unico soggetto comune, la capitale di Cuba.

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La pellicola scelta questa settimana da quiBrescia.it tra quelle in uscita nelle sale è “7 days  in Havana” di Benicio del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, GasparNoé, Jan Carlos Tabìo e Laurent Content.

(Cuba, Spagna, Francia 2012) voto ***  e mezzo

di Daniel Gallizioli

Un viaggio all’ interno di uno degli Stati più originali e complessi del nostro tempo; un’ esperienza collettiva, articolata in sette cortometraggi che seguono i giorni della settimana, diretti da sette diversi registi internazionali con un unico soggetto comune: l’ Avana.
Ritratto attuale della città cubana che si snoda ritmicamente secondo uno schema documentaristico, all’ interno del quale si profila un genere riflessivo drammatico, che tocca alcuni inevitabili luoghi comuni come quello del ballo, della bellezza femminile, dell’ alcol, del fumo, del sesso ma che riesce anche ad essere, in vari momenti, di forte impatto scenico, di prepotente espressività e di interessante tecnica filmica.
Sette storie che complessivamente riescono a dare un’ immagine dell’ Avana di grande fascino esistenziale, mediamente di chiara difficoltà economica (che vede medici o ingegnere arrabattarsi in umilissimi mestieri per sbarcare il lunario), promiscuità sessuale e forte sensualità, sinuosamente mostrata nei locali notturni, nelle danze giovanili, nei canti tipici o nelle jam session prolungate fino all’ alba, di cui rimarrà enormemente affascinato il regista serbo Kusturica, che interpreterà se stesso nel secondo episodio diretto brillantemente da Pablo Trapero.
Un film che cerca di discostarsi  dai cliché turistici e vuole esprimere l’anima di questa città, la varietà dei suoi quartieri, delle sue atmosfere, delle generazioni e culture, con uno stile insieme toccante, appassionante e divertente.
Obiettivo raggiunto solo parzialmente nel primo episodio diretto daBenicio Del Toro, “El Yuma”, che narra l’ esperienza di vita di un giovane studente americano nelle notti mondane  dell’ Avana; completamente riuscito ed efficacemente narrato nel secondo e nel quarto, rispettivamente “Jam Session” di Trapero (in cui la figura di Kusturica è splendida e dinamica, tragica e viscerale)  e “Diary of a beginner” di Elia Suleiman che dirige se stesso, impersonificando un silente osservatore della realtà che lo circonda, che passa dalla bellezza ambientale delle spiagge sterminate al fascino decadente della città, fino alla  ricchezza di locali o alberghi, residuo americano degli anni ’50, in cui serpeggia la prostituzione giovanile, tematica mai affrontata dagli altri registi. Il tutto accompagnato dalla vocerauca dell’ attempato e ormai poco credibile Fidel Castro, svuotato nel fisico e che viene mostrato  solo in questo episodio, rimandato penosamente dalle televisioni di un labirintico albergo di lusso  in cui il protagonista non trova mai l’ uscita.
Il regista palestinese , che realizza probabilmente il migliore fra gli episodi, racconta una realtà misteriosa e affasciante, stupenda e adescatrice, che ti abbaglia e ottenebra lo sguardo  col proprio splendore e la propria umanità, senza permetterti di scoprire  più di ciò che è apparentemente mostrato. Stucchevole e stereotipato “La tentaciòn de Cecilia” di Julio Medem, che racconta la speranza di emancipazione e di fuga da quel mondo da parte di una cantante bellissima che, malgrado i suoi sogni e le speranze di successo, deciderà infine di scegliere l’ amore e le difficoltà della sua esistenza piuttosto che l’ addio. Di grande umanità e spiritualità i cortometraggi di GasparNoé , “Ritual” e “La Fuente” di Laurent Cantent, che si addentrano (con forte impatto scenico e mistico per il primo e diretta spontaneità popolare ed esuberante per il secondo) nell’ intricata e complessa selva del sincretismo religioso cubano, narrandone la propria forza comunitaria e umanità malinconica.
Di buona qualità tecnica, infine, “Dulceamargo” di Juan Carlos Tabìo, che ha nell’ utilizzo della macchina da presa la sua forza, con ottime inquadratura in dettaglio o in primissimo piano e molto ben recitato, senza dubbio uno dei corti più drammatici. Un film collettivo, nel complesso di buon livello con momenti di grande qualità espressiva che non scivola mai nella retorica becera o nella banalità documentaristica. Un ritratto contemporaneo di una città eclettica e variegata, misera e stupenda, che nasconde in ogni suo abitante, in ogni sua via, in ogni sua facciata scrostata,  un intero mondo.

 

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