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Cosmopolis, attesa per un film deludente

La pellicola di Cronenberg, protagonista Robert Pattinson, vuole essere un'accesa critica al capitalismo, ma ne risulta un dramma calustrofobico, un po' noioso.

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Questa settimana il film scelto per la recensione da qui Brescia.it fra quelli usciti nelle sale è Cosmopolis (regia di David Cronenberg, Francia, Canada-2012),  Voto: * e mezzo

Di Daniel Gallizioli

In una Manhattan  in fremito, fra manifestazioni antipolitiche e ingorghi stradali, Erick Packer (Robert Pattinson), giovane miliardario, malgrado i consigli della sua scorta di evitare di uscire con la sua limuosine, decide lo stesso  di attraversare la città per sistemarsi il taglio dal suo barbiere di fiducia. Il viaggio si tramuterà in una odissea intima del personaggio all’ interno della sua coscienza e del mondo che lo circonda, un’ epopea drammatica  che sfocerà in un inquietante confronto con la sua nemesi.
Tratto dall’ omonimo romanzo di Don De Lillo, scritto e diretto da David Cronenberg,  la pellicola ha partecipato al 65esimo Festival di Cannes ed ha ricevuto una forte pubblicizzazione ed una lunga gestazione che l’ ha fatto approdare in sala preceduto da una forte attesa, grazie all’ uscita nel web di molte fotografie del set,  la diffusione del teaser poster e l’ uscita del video ufficiale il 22 marzo del 2012.
Un’ attesa che  si è rivelata purtroppo deludente. La sceneggiatura è molto varia, molti personaggi entrano ed escono dalla scena con sincopata regolarità ed ognuno parla di sé, del lavoro di Erick e della vita che gli sta intorno, mentre il mondo si vede dai finestrini dell’ auto.
Il sesso, il cibo e la riflessione sociale sono all’ interno di ogni scena con diversa portata, lungo un profondo tentativo espressivo di descrivere l’ ossessiva realtà sociale attuale, smembrata da un capitalismo snervante e la necessità di emergere, di emanciparsi, di scagionarsi da una situazione d’ immobilità intima, sempre alla ricerca di qualcosa che vada oltre, che vada al di là della norma. Il tutto filtrato dalla mente del protagonista, un bulimico di forti sensazioni ed ossessionato da sé, incapace di vivere il reale.
La scenografia è molto attenta e ben gestita, considerando che molte delle scene sono girate su un’ auto ma, malgrado l’ ambizione sceneggiativa del film, la noia fa presto capolino a causa di un ritmo poco dinamico, scandito solo da scene ad effetto e inaspettate come casuali sparatorie o  inquadrature strettissime di rapporti sessuali estremi che sembrano essere collocate semplicemente per far respirare lo spettatore, di tanto in tanto.
Il protagonista è un soggetto molto affascinante e, nel complesso, ben interpretato da Pattinson, ma lo stesso rimane soffocato all’ interno di un vortice espressivo che snerva lo spettatore e rallenta eccessivamente quasi tutte le scene a parte quella finale che risulta di grande bellezza formale, con un long take ansioso , di grande plasticità profilmica  che viene chiuso con un cliffhanger stupendo che conclude anche il film stesso.
Un’ ultima scena che sembra l’ unica ad arrivare al nocciolo della questione quando il capitalismo miliardario del protagonista si scontra direttamente con il proprio opposto, cioè il lavoratore sfruttato, un semplice oggetto alienato nelle mani dell’ economia che si ribella implacabilmente. A parte l’ ultima sequenza della pellicola i limiti lungo tutto il film offuscano la riflessione di base che si sviluppa su una critica al capitalismo forte e perentoria ma che non riesce ad essere  coerente ed efficace a causa di un formalismo troppo prolisso e spesso pleonastico. Un dramma claustrofobico che rispetta forse troppo il tessuto narrativo del romanzo di De Lillo, soprattutto nei dialoghi e che non riesce ad essere ugualmente valido. Una fruizione molto faticosa che lascia perplessi e anche un po’ stremati, che crea varie domande ma troppo poche risposte.

 

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