Le Fiandre di Bruegel ne “I colori della passione”

La pellicola scelta da quiBrescia.it è quella del regista Lech Majewski. In una terra divisa da lotte religiose e politiche il grande pittore compone "La salita al calvario".

Questa settimana il film scelto per la recensione da qui Brescia.it fra quelli usciti nelle sale è I colori della passione (regia: Lech Majewski, anno 2011)  Voto *** e mezzo.

di Daniel Gallizioli

Nelle Fiandre di metà cinquecento l’ oppressione spagnola di Filippo II, successore di Carlo V d’ Asburgo, sfocia in una violenta repressione  contro rivolte religiose e movimenti riformistici del tempo, sia di piazza che intellettuali, queste ultime influenzate dal pensiero  di Erasmo da Rotterdam.
In tale periodo di grande insicurezza sociale e instabilità politica, a Bruxelles vive e dipinge Pieter Bruegel “il Vecchio” che sta completando la sua ultima opera, intitolata “La salita al calvario”, un dipinto monumentale, che comprende un vastissimo campo visivo, all’ interno del quale sostano e si aggirano più di cinquecento personaggi, a cui l’ autore darà l’ identità di persone realmente esistite al suo tempo, appartenenti anche alla sua quotidianità: due giovani innamorati, un mugnaio e la sua famiglia, un’ eretica, i cavalieri dell’ inquisizione spagnola e molti altri.
Un dipinto che si serve di una vicenda evangelica, quella del cammino di Gesù verso il monte della  crocefissione, per raccontare  e definire la realtà del periodo vissuto dall’ autore, anni di profonda crisi morale e sociale in cui la libertà personale era messa in forte discussione dai conquistatori ispanici.
Esattamente al centro della tela Gesù Cristo caricato dalla croce, un Dio che è dipinto in modo molto diverso rispetto alla tradizione iconografica  della passione:  esso infatti  si riesce a scorgere con fatica  nella confusione cittadina, perso nell’ indifferenza dell’ uomo, nella noncuranza  collettiva, quella  stessa apatia che Bruegel vede nella sua società, perseguitata dal potere spagnolo e vittima di una turbolenta crisi d’ identità.
Una pellicola, quella del regista polacco Lech Majewski, che segue un artista, il pittore  Bruegel, lungo la composizione di una delle sue più grandi opere, utilizzando la tecnica del “tableau vivent”, procedimento  di composizione scenica  costituito da uno o più personaggi in posa, in costume e con opportune ambientazioni, che in questo caso introduce il pittore stesso, i suoi personaggi e di conseguenza lo spettatore, in un universo fantastico in cui scenografie naturali, pittoriche e digitali si fondono senza soluzione di continuità e i confini tra contesti e linguaggi sfuggono.
Siamo di fronte ad una meditazione e riflessione seducente sull’ arte, l’ immagine e la religione, trasposta cinematograficamente lungo un sentiero di sperimentazione scenica e sceneggiativa con sfumature tecniche e retoriche, senza mai riuscire a dare forti punti di riferimento ad uno spettatore in balia di un mondo quasi irreale e immaginario, che crea  stimolo intellettuale da una parte, ma confusione interpretativa  dall’ altra, riuscendo comunque a dare  fascino estetico all’ opera.
La scenografia e l’ ambientazione sono opache ed evanescenti, esse scivolano sui personaggi che al contrario rivelano una fortissima cromaticità e uno splendore materico tipico della pittura fiamminga, da cui viene presa l’ attenzione ai particolari e la brillantezza delle vesti e dei soggetti.
Aspetto che ci proietta anche alla passione del regista stesso verso il pittore e verso questo periodo artistico come viene esplicitamente rappresentato anche nel finale del film in cui la fuoriuscita dal quadro anticipa un’ enorme carrellata sulle opere di Bruegel.
Uno stile e un decoupage che non mostrano una novità tecnica (ricordiamo l’ esperienza di Kurosawa in “Sogni” o di Lang ne “La donna del ritratto”), ma che percorre i sentieri di un linguaggio più complesso e  oscuro, verso una riflessione meditativa di carattere contemplativo e matafisico.
Apprezzabile la messa in scena, attenta e dettagliata come la fotografia, che suggerisce un’ attenta cura nei dettagli, dal rumore degli zoccoli all’ ascia del boscaiolo, dalle pale del mulino al soffio del vento, rumori della campagna che rappresentano la vera colonna sonora del film, denso di silenzi e pause assordanti.
Accennata propensione realistica che,
inizialmente, crea grande vicinanza allo spettatore, che però nel corso della rappresentazione non raramente si sente distante da un intreccio solo accennato che dà l’ impressione di vivere un’ esperienza visiva singolare, apparentemente confusa e di non immediata assimilazione, di influenza espressiva quasi “sokuroviana”, che sembra a volte voler soddisfare soltanto un bisogno personale di fruizione estetica ma che in realtà nasconde un forte fascino artistico e un valido stimolo intellettuale. Una pellicola sicuramente visionaria ma costruita con uno stile maturo e perentorio.
Un ottimo cast aiuta la coerenza stessa della sceneggiatura, con l’ attore olandese Rutger Hauer  (volto di Bruegel) che realizza un’ interpretazione di ottimo livello dopo alcuni anni di ruoli minori e produzioni secondarie, eccezionalmente diretto da un regista, Majewski, poco conosciuto in Italia (anche se nel 2004 il suo “The Garden of Earthly Delights” ispirato al trittico di Bosch, fu premiato a Roma ma  mai distribuito in Italia) ma che ora finalmente si può osservare  e comprendere con questo suo ultimo film, sebbene non abbia ricevuto una grandissima distribuzione, malgrado gli ottimi successi internazionali al “Durres International Film Festival 2011”, al “Gdynia Polish Film Festival 2011” e al “Seville European Film Festival 2011”, dove ha vinto numerosi premi soprattutto di giuria e per la regia della pellicola.

 

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