Spese militari e stipendi bassi: scatta lo sciopero internazionale dei porti

Sono stati bloccati più di venti scali in Europa e nel Mediterraneo: è una forma di protesta senza precedenti, che ha provocato grandissimi rallentamenti del traffico merci.

Europa e Nord Africa. Nella giornata del 6 febbraio è stato indetto uno sciopero coordinato nei porti di diversi Paesi.
E’ stata una mobilitazione che non ha precedenti nella storia recente, a cui hanno aderito i lavoratori dei principali snodi del Mediterraneo e del Mare del Nord. In totale sono una ventina gli scali che sono rimasti bloccati.
Ancona, Bari, Cagliari, Civitavecchia, Crotone, Genova, Gioia Tauro, Livorno, Palermo, Ravenna, Salerno, Trieste: sono i porti italiani in cui si sono registrati forti rallentamenti. C’è stata adesione anche in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Grecia, Turchia, Marocco.
La protesta è stata innescata dal peggioramento delle condizioni di lavoro, aggravato da un generale riorientamento dell’economia verso il settore bellico. I portuali hanno chiesto investimenti nel welfare, aumento degli stipendi e tutela di diritti e posti di lavoro.
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Diverse navi cargo sono rimaste ferme in mare, nelle infrastrutture si sono accumulati ritardi che potrebbero richiedere alcuni giorni per essere recuperati.
In alcune città sono stati organizzati presidi e cortei in segno di vicinanza ai lavoratori in sciopero. Hanno espresso solidarietà anche l’International Dockworkers Council (Id) e la Federazione Sindacale Mondiale (Wftu).
I lavoratori di alcuni porti di Stati Uniti, Brasile, Venezuela e Colombia hanno organizzato delle iniziative in supporto ai colleghi dall’altra parte dell’oceano.
Una mobilitazione così ampia e trasversale non si vedeva dai primi anni Duemila. Nei comunicati si parla di turni di lavoro sempre più lunghi, di una pensione sempre più lontana anche per i mestieri usuranti, di contratti precari e taglio delle assunzioni (-30% di posti di lavoro e + 20% traffico merci in circa quarant’anni).
Di fronte ai profitti in crescita delle grandi aziende, i lavoratori chiedono aumenti salariali perlomeno adeguati al costo della vita.

I sindacati hanno citato anche il cosiddetto Programma per l’industria europea della difesa (noto anche con l’acronimo inglese Edip) e l’Omnibus Defence, che dovrebbero servire a ridurre la burocrazia nel settore delle armi. Il timore è che i diritti dei lavoratori possano essere limitati in alcuni “settori strategici”, come ad esempio nella logistica e nell’industria pesante.
In Italia la mobilitazione è stata lanciata dall’Usb (Unione Sindacale di Base) e dai “camalli” genovesi del Calp (Collettivo Autonomo lavoratori portuali). Le stesse organizzazioni a settembre sono state protagoniste della mobilitazione per la Palestina e per la Global Sumud Flotilla, che hanno portato in piazza milioni di persone.
Negli ultimi anni i portuali hanno bloccato più volte i carichi di armi diretti verso l’Arabia Saudita e Israele. Carichi che in alcuni casi violavano la normativa sulla vendita di materiale bellico, come dimostrato da diverse inchieste giornalistiche.
Oltre a queste proteste piuttosto scenografiche, nel tempo i portuali sono riusciti a creare una vasta rete di contatti internazionali, costruendo una mobilitazione di categoria senza precedenti. E’ anche per questo che le loro battaglie hanno attirato così tanta solidarietà, e il loro esempio sta avendo così tanto successo.

 

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