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Urago, morta bruciata: “Mia moglie si è data il fuoco da sola”

E' tornato a difendersi, in aula, nel processo che lo vede imputato per la morte di Mina Safine, Abderrahim Senbel, marito della donna deceduta nel settembre 2020 per le gravissime ustioni riportate.

(red.) E’ tornato a  difendersi, in aula, davanti alla Corte d’Assise di Brescia, dall’accusa di avere dato fuoco alla moglie, Mina Safine, poi deceduta per le gravissime ustioni riportate nel 90% del corpo.
Alla sbarra nel processo che lo vede accusato di omicidio, ha testimoniato Abderrahim Senbel, 54enne marocchino, in carcere dopo quel tragico 20 settembre 2020 in cui la donna, 45 anni, fece una disperata telefonata al 118 chiedendo aiuto ed affermando, in una drammatica conversazione con l’operatore del pronto intervento (chiamata messa agli atti) che: «Mio marito mi ha bruciata. Per favore chiamami l’ambulanza. Io sono bruciata, per favore».
Sanbel però, come ha fatto sin dall’inizio, ha raccontato una versione diametralmente opposta a quella sostenuta dalla Procura di Brescia che lo ha rinviato a giudizio per la morte della moglie, ovvero che la donna si sarebbe data fuoco da sola, secondo un’intenzione già espressa in passato e adducendo il gesto a motivi di depressione.

Il 54enne ha ricostruito in aula i fatti che, secondo la sua versione, sarebbero avvenuti quel drammatico 20 settembre in via Tiboni a Urago Mella. Dopo avere portato alcuni dolcetti alla moglie per la colazione, l’uomo avrebbe avviato, con la moglie, alcuni lavori in cantina. Una volta risalito nell’appartamento al sesto piano, si sarebbe appisolato, svegliandosi di soprassalto quando sentì del liquido rovesciarsi in cucina e una bottiglia cadere.
L’uomo quindi, secondo la sua testimonianza, si sarebbe recato in cucina facendo appena in tempo a vedere una fiamma scaturire dalla mano sinistra della donna e quindi la fiammata che investì la moglie dalla testa ai piedi. Quindi, sempre secondo il suo racconto, la moglie l’avrebbe stretto in un abbraccio e così sarebbero rimasti, avvolti dalle fiamme, per 10 minuti, prima che l’uomo riuscisse a divincolarsi dalla stretta, preoccupandosi di chiudere le tubature del gas perchè non prendesse fuoco la casa.

Una ricostruzione dei fatti che, secondo gli inquirenti, presenterebbe diverse lacune e contraddizioni, corroborate anche dalla relazione dal perito della Procura, Camilla Tettamanti, secondo cui, se la donna si fosse data fuoco da sola, appiccando le fiamme dalla testa, le ascelle avrebbero dovuto essere intaccate dal fuoco, diversamente da quanto ricostruito sul corpo della 45enne.
Nel corso dell’udienza è emerso anche che l’accendino usato dalla donna sarebbe stato lungo una quindicina di centimetri, ma l’imputato ha negato che fosse quello e che era stato sostituito «quello vero, molto più corto». Ha anche detto che lui e la moglie sarebbero rimasti abbracciati tra le fiamme per una decina di minuti, ma poi dopo aver fatto la prova della durata di un minuto, in aula, ha ridotto a due. A differenza di una teste ha parlato della moglie come di una «persona depressa, aveva detto quattro volte che voleva darsi fuoco».
L’uomo ha inoltre smentito che l’accendino usato dalla moglie per darsi fuoco fosse quello a cannello, lungo una quindicina di centimetri trovato in casa dagli inquirenti ed analizzato dal Ris. L’uomo avrebbe riferito di avere visto un accendino più piccolo, solo per qualche istante, nella mano sinistra della donna, prima che divampassero le fiamme che poi l’hanno uccisa.

 

 

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