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Morte Ghiraradini, chiesta la seconda archiviazione

Per la Procura non fu istigazione al suicidio. L'ex operaio della Fonderia Bozzoli venne trovato morto, ucciso da una capsula di cianuro, sei giorni dopo la scomparsa misteriosa del suo datore di lavoro.

(red.) Ripresentata, per la seconda volta, dalla Procura di Brescia, la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sull’induzione al suicidio di Giuseppe Ghirardini, l’ex operaio della Fonderia Bozzoli di Marcheno, morto con una capsula di cianuro nello stomaco. La famiglia dell’uomo, deceduto sei giorni dopo la misteriosa scomparsa del suo datore di lavoro, Mario Bozzoli, avvenuta l’8 ottobre 2015, ha già depositato istanza di opposizione. La nuova udienza non è ancora stata fissata.
Secondo il procuratore generale reggente Marco Martani, firmatario della prima archiviazione, non sussisterebbe la prova che qualcuno abbia spinto Ghirardini a togliersi la vita: “Non può essere escluso con certezza che possa essersi suicidato in piena autonomia a causa del grave turbamento interiore relativo a quanto accaduto a Mario Bozzoli con il quale era legato fin dall’infanzia”. Una posizione ribadita anche in questa seconda istanza, successiva alle nuove indagini disposte dal gip Elena Stefana.

Nel fascicolo aperto per istigazione al suicidio risultano indagati Alex e Giacomo Bozzoli, nipoti dell’imprenditore scomparso dalla sua azienda di Marcheno l’otto ottobre 2015. Giacomo è l’unico imputato nel processo per la morte dello zio. I due, questo l’impianto accusatorio, avrebbero istigato l’uomo a togliersi la vita, forse perchè testimone scomodo della fine di Mario Bozzoli. Una circostanza che, però, secondo il pm, non sarebbe avvalorata da telefonate, pedinamenti o messaggi che avrebbero potuto fare “pressioni” sulla psiche dell’ex operaio, inducendolo al gesto estremo, compiuto alle case di Viso, in Valcamonica.

 

 

 

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