San Felice, l’acquedotto? “In pessimo stato”

Questa la relazione dei consulenti della pubblica accusa nel processo contro i vertici di Garda Uno per l'epidemia che infettò, tre estati fa, 3500 persone.

(red.) Si è svolta mercoledì la seconda udienza del processo per la vicenda dell’acquedotto di San Felice del Benaco (Brescia) che, tre anni fa, provocò, secondo l’accusa, l’infezione che aggredì 3500 persone.
Il procedimento è a carico del presidente Mario Bocchio, del direttore generale Franco Romano Richetti e del responsabile del settore ciclo-idrico integrato, Mario Giacomelli, che devono rispondere di epidemia colposa, lesioni e distribuzione di alimenti adulterati.
In aula i consulenti del pubblico ministero, che hanno stilato la relazione nella quale vengono evidenziate le responsabilità dell’epidemia da Noro virus alla Garda Uno, titolare dell’impianto.
I tecnici hanno ribadito davanti al Tribunale l’assenza di alcune misure necessarie per il buon funzionamento dell’acquedotto come la mancanza di un dosatore automatico di cloro a monte del depuratore dell’impianto stesso, ma anche perdite lungo tutta la rete e le pessime condizioni dell’impianto di filtrazione.
Per i consulenti il contagio è stato veicolato dall’acqua dato che, una volta chiuso l’impianto, tale problema è andato verso la risoluzione.
Contro questa relazione quella dei consulenti della difesa per i quali i controlli erano demandati all’Asl la quale, prima del giugno 2009 non aveva mai segnalato anomalie.
Per i tecnici dunque l’impianto era a norma e il virus si sarebbe trasmesso per via aerea e non attraverso l’acqua.
La prossima udienza è fissata per il 7 giugno: in aula sfileranno i testimoni di difesa e parte civile.

 

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