Autonomia, la Lombardia al voto: per l’intesa con lo Stato è l’ultimo miglio
Il Consiglio regionale è chiamato ad autorizzare la firma dell’accordo con il Governo. Nel mirino quattro materie: sanità, protezione civile, professioni e previdenza.
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Milano. La Lombardia arriva a uno dei passaggi decisivi del lungo percorso verso l’autonomia differenziata.
Questo giovedì alle 10 il Consiglio regionale torna a riunirsi dopo la pausa estiva e tra i punti all’ordine del giorno figura la risoluzione che riguarda la conclusione dell’Intesa con lo Stato prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.
Il voto di Palazzo Pirelli dovrà autorizzare il presidente della Regione alla sottoscrizione definitiva dell’intesa con il Governo. Un passaggio che, se approvato, porterà la Lombardia nell’ultimo tratto dell’iter istituzionale avviato più di dieci anni fa e aprirà la strada al successivo esame parlamentare.
La risoluzione riguarda quattro ambiti: protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica. Relatori sono Matteo Forte di Fratelli d’Italia e Giovanni Malanchini della Lega.
In caso di via libera del Consiglio regionale, entro 45 giorni dalla comunicazione del voto favorevole il documento, corredato dalla relazione tecnica, dovrà essere deliberato dal Consiglio dei ministri. Successivamente, su proposta del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, il Governo presenterà un disegno di legge per l’approvazione dell’intesa. Toccherà quindi a Camera e Senato esprimersi, secondo quanto previsto dalla Costituzione.
Il percorso lombardo affonda le radici nel 2015, quando il Consiglio regionale approvò gli ordini del giorno 636 e 637, avviando formalmente il confronto con lo Stato per ottenere maggiori competenze. Due anni più tardi, il 22 ottobre 2017, si tenne il referendum consultivo voluto dall’allora presidente Roberto Maroni: il 95,1% dei votanti si espresse a favore dell’autonomia.
Da allora sono seguiti anni di negoziati, confronti istituzionali e passaggi tecnici. Ora il voto regionale punta a trasformare quella richiesta politica in un’intesa concreta sulle competenze.
Tra i settori interessati c’è la protezione civile, per la quale la Regione potrebbe disporre di maggiori strumenti nella gestione delle emergenze locali. Tra le ipotesi figurano la possibilità per il presidente di emanare ordinanze in deroga alla normativa statale per un periodo massimo di due anni e l’attivazione di contabilità speciali presso la Tesoreria dello Stato per le emergenze regionali. In caso di eventi di rilievo nazionale, il ruolo di commissario delegato potrebbe inoltre essere affidato al presidente della Regione o a un suo delegato, d’intesa con la Protezione civile.
Sul fronte delle professioni, l’autonomia consentirebbe invece interventi sulle attività caratterizzate da un forte legame con il territorio, come l’artigianato di eccellenza. Resterebbero escluse le professioni sanitarie e quelle ordinistiche.
Per la previdenza complementare e integrativa, la Lombardia assumerebbe la rappresentanza negoziale per i propri dipendenti e per quelli del sistema sanitario regionale, con la possibilità di promuovere fondi pensione su base regionale attraverso specifiche convenzioni.
Il capitolo più delicato resta quello della sanità. L’autonomia prevista consentirebbe una gestione più flessibile delle risorse e la possibilità di fissare, a carico del bilancio regionale, tariffe di rimborso differenti da quelle nazionali. La Regione potrebbe inoltre gestire direttamente fondi statali destinati agli investimenti nel patrimonio sanitario, istituire fondi sanitari integrativi regionali e utilizzare risorse aggiuntive per assunzioni straordinarie e prestazioni aggiuntive, mantenendo la garanzia dei Livelli essenziali di assistenza.
Anche eventuali risparmi derivanti da una gestione più efficiente dei fondi vincolati potrebbero essere destinati ad altri interventi nel comparto sanitario.
Per la Lombardia si tratta dell’ultimo miglio di un percorso iniziato nel 2015 e proseguito attraverso quasi nove anni dal referendum del 2017. La decisione definitiva, però, spetterà a Camera e Senato.




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