Bragaglio difende Zingaretti: “Chi non si ritrova più nel Pd, meglio che se ne vada”

(red.) “Vi sono momenti drammatici di verità a cui non potersi sottrarre”, scrive in una nota diffusa alla stampa l’esponente del Pd bresciano Claudio Bragaglio, presidente della Direzione del partito della Lombardia. “Così ha fatto Zingaretti, con uno strappo profondo nel Pd. E – finalmente – ha fatto bene a farlo, a fronte della vergogna coltivata – e da lui denunciata – da una parte dello stesso Pd. Ognuno di noi – al di là di correnti o di responsabilità: la mia quella di presidente della Direzione lombarda del Pd – oggi si ritrova solo davanti allo specchio di se stesso. Senza alibi od ipocrisie da esibire. Mi auguro che la determinazione delle dimissioni, espressa dal segretario Zingaretti, venga da lui riconsiderata anche alla luce delle richieste del loro ritiro, ampiamente sollecitate all’interno del Pd. Ma non solo”.

“In ogni caso un chiarimento si rende indispensabile e mi auguro che sia nei termini di un aut..aut… O di qui o di là”, prosegue Bragaglio. “Gli appelli farisaici all’unità servono solo a guadagnare del tempo per predisporre nuove incursioni e destabilizzazioni. Va posto quindi finalmente fine, nel pieno della crisi pandemica e sociale, ad ipocrisie, a velenose lotte sotterranee, al doppiogiochismo, all’infondata accusa d’una subalternità al M5S, ad un logoramento suicida del partito e dello schieramento progressista. Ma non di meno a quell’ambigua sollecitazione da ‘par condicio’ per un rientro sia di Renzi che di Bersani. La paralisi totale. Scegliendo invece con chiarezza anche in base, non ad un ambiguo unanimismo, ma ad una logica esplicita di maggioranza e di minoranza interna al Pd – una scelta politica coerente, anche in fatto di guida politica. Tra la ricostruzione di un centro sinistra a sostegno del governo Draghi od una deriva centrista, di matrice renziana, con relativa ed auspicata esplosione del Pd stesso”.

“E’ soprattutto in gioco, ancor prima d’una linea politica – che il Pd ha peraltro mutevolmente cambiato nel tempo (alleanze o meno, legge elettorale…) – l’autonomia stessa del Pd e del suo gruppo dirigente, contro reiterate incursioni, provenienti dall’esterno del partito. Incursioni che hanno fatto registrare troppe volte un’eco di sirene interna al Pd stesso. Come se si fosse in presenza di una vera e propria OPA, considerata da taluni persino opportuna o non del tutto ostile, dopo il fallimento di una scissione neocentrista che mira oggi alla divisione ed allo sfascio del Pd, su cui poter lucrare per nuove avventure, sia per la propria sopravvivenza, che per la nomina del presidente della Repubblica ed i seggi nel prossimo Parlamento”.

“Si possono e si debbono discutere scelte e linee politiche. Come peraltro errori e limiti del Pd e del suo segretario. Ci mancherebbe. Ma il presupposto di un confronto libero, in un Pd di per sé plurale, si regge sulla autonomia d’un partito e del suo gruppo dirigente, in assenza della quale ogni confronto è distorto. Questo il punto da chiarire e che ha reso finora opaco lo stesso confronto interno.
Più volte ho sostenuto e sostengo ‘salvare il Pd, rinnovandolo’. Questo è l’imperativo che, ancor più oggi, ci si impone per garantire il successo del governo Mattarella-Draghi e per la salvezza del Paese. Ma se così malauguratamente non fosse, in alternativa all’accanimento dell’agonia è meglio che chi non si ritrova più nel Pd sciolga le proprie vele e vada dove lo porta il cuore che gli rimane”.

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