A2A: vendita sì, ma senza esagerare

L'azienda di via Lamarmora può essere ancora una risorsa per la città, o diventerà una mera partecipazione finanziaria?

a2a(v.p.) Un tempo, a Brescia, c’era la multiutility con la maggiore redditività d’Italia. Oltre a utili importantissimi, l’azienda presieduta da Renzo Capra – che si chiamava Asm e non aveva un azionista ingombrante come il municipio di Milano – investiva sul territorio oltre 200 milioni di euro all’anno in infrastrutture e tecnologia. Ed era un interlocutore fondamentale per le istituzioni pubbliche e private della nostra provincia.
Non solo. Con il suo indotto, l’ex-municipalizzata garantiva al tessuto imprenditoriale bresciano importanti commesse per la fornitura di beni e servizi.
Di fatto, l’azienda di via Lamarmora rispettava i tre principi fondamentali della linea politico-amministrativa della giunta guidata dal sindaco Emilio Del Bono. Garantiva servizi di qualità, investiva sul territorio e consolidava, anno dopo anno, il patrimonio comunale che – prima della sciagurata fusione con l’indebitata Aem di Milano – vedeva Brescia come una delle città più ricche d’Europa.
Negli ultimi anni, questo è sotto gli occhi di tutti, la linea aziendale è cambiata. Asm Brescia, con l’incorporazione in Aem, è diventata A2A, e il nostro comune ha fortemente diluito la propria partecipazione.
graziano tarantiniNegli anni del presidente Graziano Tarantini, il baricentro si è spostato dalla nostra città.  E l’azienda ha inseguito investimenti lontani dal proprio territorio d’origine – Montenegro (Epcg), Edipower gli esempi più calzanti – aumentando l’indebitamento e riducendo gli investimenti sulla città e sulla provincia, tagliando progetti già approvati, come il repowering della centrale di Lamarmora.
Anche il tessuto di fornitori che lavorava grazie all’azienda, nel Bresciano, si è fortemente ridotto. Per non parlare della redditività, molto lontana dagli 80 milioni che Asm, investendo e incamerando riserve, riusciva ad elargire ogni anno (e senza indebitarsi per pagare i dividendi).
In più, impossibile non ricordare i molti lavori che nei tempi d’oro l’ex-municipalizzata eseguiva per conto di Palazzo Loggia: asfaltatura di strade, allestimento di parchi, opere varie di arredo urbano. Quasi spariti, come molti degli investimenti in cultura.
Oggi molti bresciani si pongono una domanda. L’amministrazione comunale fa bene a voler diminuire la propria partecipazione in A2A, oppure sta facendo un errore?
E’ vero che, per i progetti finanziari della giunta Del Bono, che si trova a gestire le casse della Loggia in uno dei momenti più difficili dell’economia europea, è strategico vendere una fetta di A2A e circa la metà della Centrale del latte. Ed è vero anche che l’utility, dopo la fusione e con la ristrutturazione in atto, non è più strategica per il comune. Ma tra qualche anno le cose potrebbero cambiare.
palazzo loggia per slideNaturalmente, più la Loggia diminuisce la propria partecipazione, meno verrà ascoltata dal presidente e dai manager. A forza di vendere, però, cosa succederà se A2A dovesse sfiorare le performance della vecchia Asm in un prossimo futuro? Scendere troppo con la partecipazione potrebbe voler dire rinunciare – passate le vacche magre – ad avere voce in capitolo su politica industriale e governance.
Brescia, dopo aver sostenuto i momenti down, si troverebbe a non poter sfruttare la fase positiva. In questo caso, il capitale pubblico che ha difeso l’azienda nei momenti di crisi, sarebbe troppo esiguo per essere determinante in una eventuale ripresa del mercato. E sarebbe un vero peccato per tutta la città.

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