L’ultimo saluto a Don Mazzi: una folla commossa alla Basilica di Sant’Ambrogio Milano
La città si è stretta nel ricordo del fondatore di Exodus, la comunità dedicata al recupero delle persone con dipendenze che negli anni è diventata un simbolo di accoglienza, solidarietà e speranza per i più fragili.
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Milano. Davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore di Milano, le persone iniziano ad arrivare molto prima dell’orario previsto per la cerimonia funebre. Sono in molti a voler rivolgere l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi, sacerdote, instancabile comunicatore e fondatore di Exodus, la comunità dedicata al recupero delle persone con dipendenze che negli anni è diventata un simbolo di accoglienza, solidarietà e speranza per i più fragili.
I più commossi sono gli ex ospiti della comunità, uomini e donne che sfilano silenziosi sul sagrato di una delle più antiche chiese milanesi. Insieme a loro volontari, educatori, sacerdoti, gente comune che lo ha incontrato solo una volta e conserva per sempre quel ricordo. Più che nostalgia e rimpianto, emerge la gratitudine.
«Sono venuta qui da Voghera – racconta timidamente Anna, che a Exodus ha affrontato, anni fa, un lungo percorso di recupero – perché al don devo tutto: per è stato più di un genitore, perché ha avuto la di non abbandonarmi quando ero più debole. Mi ha insegnato a essere responsabile delle mie azioni».
Un girasole sul feretro, che viene accolto da un lungo applauso, e calle rosse in mano alle decine di volontari che indossano la maglietta blu di Exodus: emozionati e composti, sanno di aver perso, con la morte del combattivo prete veronese, un punto di riferimento. Ma non la speranza nel cambiamento che ha saputo infondere in tutti loro.
«Non faceva domande – spiega Alfredo, volontario di uno dei laboratori educativi di Fondazione Exodus – perché sapeva che una mano che ti tende aiuto non deve giudicare. E forse è questo uno dei più grandi insegnamenti che ci ha lasciato, insegnamento che, ora che lui non c’è più, spero sopravviva nel nostro lavoro».
L’atmosfera, in chiesa, è solenne, ma molto partecipata. Non solo il rito funebre, ma anche i ricordi di chi ha lavorato al suo fianco. Il centro della giornata resta la folla. Una folla eterogenea, che restituisce la misura dell’eredità lasciata da un sacerdote difficile da incasellare, sicuramente un uomo capace di trasformare l’incontro con le persone più fragili in un metodo e in una missione.
«Io non sono credente – dice Fabrizio, uno dei tanti cittadini in coda per firmare il libro delle presenze all’ingresso della chiesa . ma oggi volevo esserci. Perché don Mazzi, per come l’ho sempre visto, era veramente una persona che stava con gli ultimi. Ecco, se penso alla Chiesa, credo che sia così che dev’essere: stare con gli ultimi senza fare differenze. Sono venuto a salutare non solo il prete, ma anche l’uomo che è un esempio per noi tutti».
Ed è forse questo il tratto che più ritorna nei racconti raccolti sul sagrato: don Mazzi non viene ricordato soltanto per ciò che ha fatto, ma per come guardava le persone. Senza fermarsi ai loro errori. All’uscita del feretro parte, prima sottovoce, poi a squarciagola, di ‘Io vagabondo’, la canzone dei Nomadi che il piccolo ma combattivo prete veronese amava. Ed è con la sua canzone preferita che Milano lo saluta.




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