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Formigoni, “Montagna di denaro in contanti”

Per gli inquirenti che indagano il presidente lombardo, ci sarebbero 'movimenti anomali' sui conti a lui riferibili. Un teste: "Denaro in banconote da 500 euro nel suo ufficio".

(red.) Soldi in contanti, dai 5 mila ai 20 mila euro, in banconote da 500, consegnati al manager della banca dove Roberto Formigoni aveva aperto un conto corrente sul quale vengono accreditati i suoi emolumenti. Manager che veniva convocato dal Governatore nel suo ufficio “a tu per tu, a quattr’occhi” e al quale venivano date istruzioni precise: effettuare bonifici a Emanuela Talenti, la ex fidanzata del Celeste, raccomandandosi però di non farli transitare sul suo conto “‘affinchè non vi fosse evidenza degli importi che trasferiva” in contanti. Lo ha raccontato un dirigente della banca Popolare di Sondrio ai pm di Milano lo scorso agosto nell’ambito dell’inchiesta sul caso Maugeri.
Un racconto che ora è riportato nell’informativa sui conti bancari del Presidente uscente della Regione Lombardia, indagato per corruzione a associazione per delinquere, depositata tra gli atti dell’indagine appena chiusa per lui e per altre 16 persone, tra cui il faccendiere Pierangelo Daccò, l’ex assessore alla Sanità Antonio Simone, i vertici della Fondazione, Umberto Maugeri e l’ex direttore amministrativo Costantino Passerino, il braccio destro del Governatore, Nicola Maria Sanese, e il direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina. L’esame delle movimentazioni sugli svariati conti di Formigoni, tra cui anche uno in comune con Emanuela Talenti, hanno portato inquirenti e investigatori a parlare di “anomalia” a sostenere che il Celeste (è questa la novità rispetto a quanto già emerso nel corso dell’inchiesta) “avesse disponibilità di significative somme di denaro contante”, anche perché, come si legge nell’informativa, “a fronte di ‘entrate’ sui conti correnti, costituite – in via esclusiva – da emolumenti e remunerazioni da parte di enti pubblici”, i prelevamenti per contanti sono stati “pressoché inesistenti” .
In più, aggiungono gli investigatori, “la disponibilità di tali somme di denaro contante è tanto anomala quanto grave, se si aggiunge che – oltre a non esservi alcuna tracciabilità (…) le modalità di utilizzo del contante sono tali da ostacolarne la quantificazione ed a dissimularne la provenienza”. Risulta infatti che, dal luglio del 2003 al marzo del 2009, abbia effettuato o disposto di effettuare “operazioni extraconto” in particolare sui conti della Talenti (73 mila euro) e del suo stretto amico Alberto Perego, anche lui indagato. In sostanza “anziché procedere in via “ordinaria” con il versamento del contante sul conto corrente per poi trasferirne l’importo al beneficiario (operazione che avrebbe certamente evidenziato il possesso di contante) – prosegue il rapporto – è stato utilizzato un conto interno della banca che, accogliendo il versamento di contante, non ne ha lasciato alcuna traccia sul conto di Formigoni”.
E di 270 mila euro in contanti parlano anche, nell’avviso di chiusura dell’inchiesta, i pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta, incasellandoli tra i benefit – accanto ai viaggi esotici, a vacanze su yacht e a finanziamenti per iniziative politiche e elettorali – ricevuti dal Celeste, tramite Daccò e Simone, per compiere quegli atti contrari ai doveri d’ufficio che si traducevano, questa la ricostruzione della procura, in delibere che facevano lievitare i rimborsi alla Fondazione dalle cui casse sono stati distratti negli anni circa 61 milioni. Delibere varate nonostante il parere contrario dei tecnici e che riguardavano in particolare le cosiddette funzioni non tariffabili. Finzioni che, come ha testimoniato Giuseppe Merlino, super manager dell’assessorato alla Sanità “erano di prevalente interesse del San Raffaele e della Fondazione Maugeri e costituivano le voci su cui ricevevamo ogni anno maggiori pressioni e interferenze da parte del Presidente Formigoni e di Daccò”
Carlo Lucchina, il direttore generale dell’assessorato alla Sanità, “più volte mi ha detto che era costretto a ricevere Daccò perché gli veniva mandato giù dalla segreteria del Presidente”.
Lo ha raccontato lo scorso 21 settembre ai pm di Milano, il super dirigente della sanità lombarda, Luca Giuseppe Merlino, sentito come testimone nell’ambito dell’inchiesta sul caso Maugeri. Nel verbale, depositato tra gli atti dell’indagine appena chiusa, Merlino aveva spiegato che è capitato che Lucchina, tra gli indagati assieme a Roberto Formigoni, “per un lungo periodo, anche di due mesi, si sia rifiutato di ricevere Daccò”, il faccendiere specializzato ad “aprire porte” in Regione per conto della Fondazione e in carcere anche per il caso San Raffaele “e che sia stato poi costretto a riceverlo perché riceveva un imput dalla segreteria del Presidente”. Merlino ha spiegato anche che il precedente dg della sanità, Renato Botti, aveva “manifestato notevole fastidio per le frequenti insistenze di Pierangelo Daccò in merito alle necessità della Fondazione Maugeri. Mi vergogno un po’ ad usare questa espressione ma più di una volta con Botti abbiamo definito Daccò come un “rompicoglioni”. Ciò che più infastidiva(…) era il fatto che le insistenze di Daccò si traducevano in pressioni politiche”

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