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Il commissario Settembrini nei misteri della Milano del Dopoguerra

S'intitola "L'uomo che voleva uccidere il diavolo" il secondo libro del giornalista bresciano Tita Prestini dedicato alle indagini del poliziotto antieroe con la passione per la cioccolata.

Chi ha conosciuto il commissario Fabio Settembrini nella sua prima inchiesta (“La doppia morte della compagna Sangalli”, scritto dal giornalista bresciano Tita Prestini e uscito lo scorso anno presso Barta Edizioni), lo ritroverà identico eppure cambiatissimo nella sua seconda avventura (“L’uomo che voleva uccidere il diavolo”, appena edito da Barta). Settembrini, l’antieroe, è uguale a se stesso, con quella determinazione a cercare la verità, con la noncuranza con cui evita di blandire il potere e le sue logiche, con il suo cocciuto cercare piste non scontate, scartando ogni soluzione ovvia.

L'uomo che voleva uccidere il diavolo

E’ sempre lui, compresa la sua passione per il cioccolato. E con il solito, solo apparente, distacco cammina nella realtà in cui si trova: la Milano del dopoguerra, attraversata dagli enormi interessi, politici ed economici, della ricostruzione. Ma Settembrini è, anche, cambiato: tutto quello che in lui prima era istinto (compresa la convinzione che una giustizia possa esistere e debba essere compiuta) adesso è una scelta. Una scelta pericolosa. E’ il rischio calcolato di chi non si accontenta di chiudere un caso, come le apparenze e le opportunità gli suggerirebbero.

Il “caso” è proprio dietro l’angolo, a pochi passi dalla Questura: tre cadaveri, chiusi in una stanza di Brera, nel cuore di Milano. Due uomini e una donna, senza nessun legame apparente. Uccisi, naturalmente. E nudi.
Parte da qui un’indagine appassionante che Prestini scrive potenziandola con una meticolosa ricostruzione storica, incastonando la trama noir dentro a una città – a una nazione e a un mondo – appena usciti da un conflitto mondiale. Eppure ancora immersi nella sua polvere, nell’opacità delle manovre della ricostruzione. Dentro un’epoca senza certezze, nemmeno su quel che è stato.

Leggendo questo libro capita di essere tentati di passare da un binario all’altro. Perché i piani su cui è costruito sono almeno tre: l’inchiesta, la Storia (quella maiuscola) e Milano. Succede di avere voglia di seguire la ricostruzione dell’epoca, riprodotta dall’autore con particolare attenzione. E poi di colpo ti trovi da tutt’altra parte, completamente imbrigliato nel filo noir: cerchi di prevedere le mosse del commissario o ti abbandoni al più classico dei piaceri della letteratura di genere, il colpo di scena. Finché ti scopri sedotto da Milano, quella che era. E ti vien voglia di fermarti sulla pagina e guardarla.

Un viaggio nel tempo in cui i luoghi più noti della città di adesso perdono i grattacieli e riacquistano la nebbia e i trani (le osterie, che alzavano le saracinesche all’alba per servire il primo bicchiere a chi finiva il turno di notte: ladri e prostitute, per lo più). Lasciandosi trasportare da questo racconto appassionante si arriva in fondo al libro, di corsa. E si trova la verità, che alla fine, per quanti siano i livelli del reale, è una sola. E imprevedibile.

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