Il commissario Settembrini nell’Italia incerta del 1945

"La doppia morte della compagna Sangalli", un noir ambientato sul lago d’Iseo subito dopo il 25 aprile, non è un semplice giallo. Affronta i nodi del dopoguerra alle prese con una trasformazione epocale.

di Luciana Otorini

L’unico vero mistero che rimane irrisolto, il thriller editoriale che non trova soluzioni, è perché i libri più venduti siano quasi sempre i gialli. Un genere, spesso metabolizzato in serie Tv, che cattura sempre più lettori. E nuovi autori italiani, persone che hanno in qualche modo scritto altro tutta la vita, per poi approdare al noir.
Come Tita Prestini, ex giornalista, che dopo aver a lungo lavorato a Brescia e a Milano, oggi vive sul lago d’Iseo. E lì scrive: polizieschi. Il suo primo romanzo: La doppia morte della compagna Sangalli è uscito per Barta Edizioni (384 pagine, 15 euro).

DOMANDA. Un poliziesco, un thriller, un giallo. Perché è bello leggerli? Perché è bello scriverli?
RISPOSTA. Credo che il loro fascino stia nel fatto che nascono da una domanda, anzi da più di una: chi è il colpevole? E perché? Chi è la vittima e chi il carnefice? Tante declinazioni dell’interrogativo di fondo che è sempre lo stesso da quando l’uomo esiste: da dove viene il male? I gialli riescono a portarci all’interno di interrogativi esistenziali con la forza e la sostenibilità di una storia che ha un inizio e una fine. E a volte il conforto di una soluzione, che però non dev’essere necessariamente consolatoria.

D. Di che cos’altro parla La doppia morte della compagna Sangalli?
R. Racconta un grande cambiamento. Il libro è ambientato nell’Italia del Nord in un periodo confuso e magmatico, quello a cavallo della Liberazione del 25 aprile 1945. Erano giorni difficili per il nostro Paese che usciva da una guerra civile e stava passando dall’occupazione nazista a quella anglo americana attraverso la Resistenza. Il futuro era oscuro: la maggior parte degli italiani respirava di sollievo per la fine del conflitto mondiale con la caduta della dittatura, ma i lutti, le distruzioni, la fame, l’incertezza per il domani erano ancora al centro dei loro pensieri. Ho voluto raccontare, dentro a una piccola storia, un disorientamento collettivo. E quel cambiamento.

D. Perché?
R. Perché mi appassionava l’idea di scrivere un libro di frontiera.

D. Frontiera? In che senso frontiera?
R. La vicenda si svolge in un periodo a cavallo tra guerra e pace, tra dittatura e democrazia, tra monarchia e repubblica, tra fame e benessere. In una terra storicamente di confine come il lago d’Iseo dove si sono confrontati nei secoli guelfi e ghibellini, milanesi e veneziani, bresciani e bergamaschi. Inoltre quasi tutti i personaggi del libro vivono un’esistenza precaria e molti di loro sono in bilico tra bene e male. Parlare di tutto questo significa scrivere una storia di frontiera, in cui nulla viene dato per scontato. Spero di essere riuscito a sorprendere il lettore.

D. Veramente il primo a sorprenderci è l’investigatore…
R. Sì, il giovane vice commissario Fabio Settembrini è maturato negli anni della Repubblica di Salò, ma senza essere fascista. E’ ostinato, onesto, caparbio. Però manca completamente di certezze, soprattutto attorno a se stesso e alla propria professione.

D. E gli altri?
R. Anche gli altri personaggi sono come tutti gli esseri umani: perfino i più buoni e generosi sono pieni di contraddizioni. In ognuno di noi esiste un lato oscuro, in fondo.

D. Nel libro s’incontrano preti trafficoni, prostitute per bene, vedove consolabili, ladri galantuomini e galantuomini ladri…
R. Queste sono proprio le contraddizioni di cui parlavamo prima. Gli uomini e le donne sono spesso ambigui, in ciascuno di noi convivono il bene e il male. Anche il vice commissario Settembrini è così: un poliziotto tutto d’un pezzo, ma che non disdegna l’impiego di metodi poco ortodossi se gli servono per arrivare alla verità. Scoprire (e raccontare) i molti volti delle persone è assai stimolante per chi scrive.

D. Ma lei decide di affrontare anche un tema più alto, quello del perdono…
R. Certo, il perdono, uno snodo cruciale alla fine di ogni conflitto, che però non può prevedere la cancellazione della colpa. Al termine della guerra l’Europa ha conosciuto molti episodi di giustizia sommaria, ma anche troppi casi di perdono sommario. L’etica del commissario Settembrini su questo è categorica: la giustizia non può accettare i colpi di spugna, perché chi ha sbagliato deve assumersi la responsabilità delle proprie colpe e pagarne in qualche modo le conseguenze.

D. I suoi personaggi sono completamente inventati oppure prendono spunto dalla realtà?
R. Partono, più o meno consapevolmente, dalla realtà, ma poi ognuno di loro acquista una propria consistenza, giorno dopo giorno, formandosi nella pagina e definendosi gradualmente con lo sviluppo della storia. E’ un processo che quasi sfugge al controllo dell’autore, perché mentre il libro cresce spesso crescono anche il ruolo e l’impatto di un personaggio che magari all’inizio sembrava marginale. L’esempio tipico ne La doppia morte della compagna Sangalli è la figura del baritono: nasce come un incontro casuale, ma poi si allarga e acquisisce uno spessore tutto suo.

D. Ci sarà un’altra indagine di Settembrini e dove sarà ambientata?
R. Sicuro, la seconda indagine è quasi pronta. Il luogo in cui si svolge si capisce facilmente leggendo le ultime pagine di questo primo libro.

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