Lettere al direttore

«La vittoria dell’AfD e un’Europa che deve avere il coraggio di cambiare»

Gentile direttore,
la schiacciante vittoria dell’AfD nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, dove Alternative für Deutschland ha raccolto circa il 44% dei consensi, più che doppiando la CDU, non può essere considerata un semplice episodio della politica tedesca. È un risultato di portata storica e un segnale che dovrebbe far riflettere tutta l’Europa.
Preoccupa l’affermazione così netta di una forza populista e profondamente distante dalla tradizione liberale, popolare ed europeista sulla quale è stata costruita l’Europa del dopoguerra. Ma sarebbe altrettanto sbagliato limitarsi a condannare il voto o, peggio ancora, a giudicare gli elettori che lo hanno espresso.
Quando una forza politica di questo tipo arriva a raccogliere quasi un voto su due, la domanda non può essere soltanto “come fermarla?”, ma deve diventare “perché così tanti cittadini non si riconoscono più nell’Europa e nei partiti che l’hanno governata?”.
È questo il punto politico che non possiamo eludere.
Se vogliamo salvaguardare il sogno europeo di Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer, occorre avere il coraggio di riconoscere che qualcosa, nel lungo cammino dell’integrazione europea, si è profondamente incrinato.
L’Europa immaginata dai suoi padri fondatori non nasceva come un immenso apparato amministrativo né come una costruzione affidata alla tecnocrazia. Nasceva da una grande idea politica, dalla centralità della persona, dalla libertà, dalla solidarietà fra i popoli e da una comune eredità culturale.
Per questo considero un errore, anche simbolicamente molto grave, la scelta compiuta durante il processo costituzionale europeo di non riconoscere esplicitamente le radici giudaico-cristiane dell’Europa. Nel tentativo di costruire un’identità apparentemente neutrale, la tecnocrazia europea ha finito per contribuire a privare l’Europa di una parte della propria anima. Una comunità che dimentica da dove viene rischia inevitabilmente di non sapere più dove vuole andare.
A questo si sono aggiunti vent’anni nei quali l’Unione è stata troppo spesso percepita dai cittadini attraverso austerità, eccessi della woke culture, integralismo green, predominio della tecnofinanza e una burocrazia sempre più invasiva.
Non significa rinunciare alla sostenibilità ambientale, alla tutela dei diritti o alla disciplina dei conti pubblici. Significa ricondurre questi obiettivi alla realtà economica e sociale, senza trasformarli in dogmi ideologici capaci di mettere in difficoltà famiglie, lavoratori e imprese.
Ora occorre soprattutto riaffermare il primato della politica sulla tecnocrazia.
È la politica che deve scegliere quale Europa costruire, assumendosene la responsabilità davanti ai cittadini. Non può delegare le grandi decisioni a organismi tecnici, automatismi finanziari, regolamenti sempre più complessi o procedure incomprensibili ai più.
E il nuovo progetto europeo deve avere nuovamente al proprio centro lo sviluppo economico.
Lavoro, salari, diritti sociali, crescita, industria, competitività e libertà d’impresa devono tornare ad essere le parole fondamentali dell’agenda europea.
Perché esiste una verità che abbiamo troppo spesso dimenticato: senza crescita economica non esistono diritti sociali sostenibili. Senza imprese che investono e producono non esiste occupazione. Senza competitività non esiste autonomia europea. E senza produzione di nuova ricchezza non possiamo finanziare né il welfare né la stessa transizione ambientale.
L’Europa deve quindi tornare ad essere una potenza politica, industriale ed economica, capace di competere con Stati Uniti, Cina e le nuove economie emergenti, senza rinunciare al proprio modello sociale e alla propria cultura.
Il voto della Sassonia-Anhalt dovrebbe essere letto come un campanello d’allarme.
I populismi non si sconfiggono semplicemente denunciandoli, né costruendo cordoni sanitari intorno ai loro elettori. Si contrastano eliminando le ragioni economiche, sociali e politiche che ne alimentano la crescita.
Per difendere l’Europa bisogna avere il coraggio di cambiarla.
Cambiarla non significa rinnegare il progetto europeo. Significa recuperarlo: ritrovare le proprie radici, restituire un’anima all’Europa, riaffermare il primato della politica e riportare al centro la persona, il lavoro, i diritti sociali, lo sviluppo economico e la libertà d’impresa.
Solo così il sogno di De Gasperi, Schuman e Adenauer potrà continuare ad avere un futuro.
Paolo Fontana consigliere comunale capogruppo gruppo consiliare Forza Italia – Pli in Loggia

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di QuiBrescia, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.