Lettere al direttore

«Francesco Guccini, l’emblema del cantautore senza tempo, sempre fedele a se stesso»

Francesco Guccini, come pochi altri, è l’emblema del cantautore senza tempo, sempre fedele a se stesso. La sua musica viene tramandata di generazione in generazione, quindi rimarrà eterna…
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni, gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti? Ciao Francesco Guccini…
Francesco Guccini “nell’olimpo degli Dei”, che ha rappresento la mia forgiatura parte della mia vita, momenti più alti della sua generosità con le sue poesie e canzoni. Il Guccini di adesso, ritiratosi dalle scene e dedito a scrivere libri, reagisce quasi infastidito a chi gli dice che “le sue canzoni rimarranno”. “Non è detto – risponde – I miei libri sono migliori delle mie canzoni”. Quasi come volesse dire che in fondo il cinquantennio, o giù di lì, che l’ha visto protagonista sulla scena musicale italiana è stata una deviazione (piuttosto lunga) dall’attività che ha sempre amato di più: la letteratura, fare lo scrittore. Ma tant’è. Il modo in cui ognuno guarda a sé stesso non è sempre in linea con il modo con cui lo guardano gli altri.
Resta il fatto – possiamo dirlo Francesco? – che “Radici” è veramente un grande disco, quello in cui Guccini dispiega a tutto tondo la sua poetica, facendone un tratto del tutto peculiare nel panorama dei poeti cantautori. Una poetica, si badi bene, che è comune anche al Guccini scrittore. Quindi il primo aspetto da sottolineare, e che ce lo fa amare, è la coerenza. Dell’uomo, del cantautore e dello scrittore. La sua poetica affonda le radici nel mondo da cui Francesco proviene. Quello dei contadini-montanari dell’Appennino tosco-emiliano, “Cresciuto tra i castagni dell’Appennino e i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia.”Così ben raffigurati nella fotografia impressa sulla copertina del disco, che ritrae il bisnonno Francesco insieme alla sua famiglia.
Sul retro c’è invece il Francesco di cinquant’anni fa con Roberta, sua moglie di allora e il gatto (ancora non era nata Teresa, la sua unica figlia). Una foto scattata a Pavana, dove vivevano i suoi antenati e dove da anni Guccini si è ritirato. Le radici sono rappresentate in primis dalla casa, protagonista della prima canzone dell’album, ma, subito dopo, dalla terra e dalla storia. La casa è per Francesco il rifugio naturale, il “punto di memoria”, le cui “radici danno la saggezza” e “proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza”. Un grande senso di dolcezza che quasi rimanda al leopardiano “naufragar m’è dolce in questo mare”. Il pre-esistenzialista Leopardi trovava conforto nel grande mare della poesia. Il post-esistenzialista Guccini lo trova nella saggezza che viene dagli antenati ed è personificata nella casa.
Ma, come dicevamo sopra, ci sono anche altre radici. Innanzitutto, l’attaccamento alla terra, alla natura, al divenire delle stagioni. La “Canzone dei dodici mesi”, che Francesco cantava quasi sempre nei concerti, è una bellissima ballata giocata sul ritmo, inesorabile e dolce, dei mesi dell’anno. E’ una canzone che, ascoltata oggi, riempie il cuore ancora una volta di dolcezza, ma anche di profonda malinconia. Perché ormai le stagioni di una volta non ci sono più, travolte dai cambiamenti climatici e dal ritmo ossessivo della vita moderna che soggioga la natura ai folli ritmi imposti dall’uomo.
Ma le radici affondano anche nella storia. Quella raccontata nella “Locomotiva”, forse il brano più amato di Francesco, da lui intonata alla fine di ogni suo concerto e cantata da tutti gli spettatori in piedi con il pugno sinistro chiuso. Una storia, quella della locomotiva, che sfuma nella leggenda, raccontata al cantautore come un fatto vero da un anziano vicino di casa, e che è diventata un po’ il simbolo del Guccini anarchico libertario, come lui stesso si definisce. Le altre quattro canzoni che compongono l’album riflettono situazioni, stati d’animo, proiezioni sul futuro. “Piccola città”, identificata con Modena, (ogni tanto la reinterpreto alla mia città Brescia), rappresenta per Francesco l’antitesi alla montagna da lui tanto amata. Modena è il “bastardo posto”, dove visse gli anni dell’adolescenza nell’immediato dopoguerra, che però ci regala immagini bellissime come quella della fantasia che corre “verso la prateria fra la via Emilia e il West” e quelle delle strade, dei cortili, dei visi, delle liti e della miseria di una tipica città provinciale italiana di allora. La memoria riaffiora anche in “Incontro”, dove Francesco rivede una sua vecchia amica, reduce da una storia sfortunata (“come in un libro scritto male/ lui si era ucciso per Natale”).
Anche qui immagini struggenti come le “stoviglie color nostalgia” o quella di lui che, tornando a casa sballottolato dal vagone, si lascia andare al suo inguaribile pessimismo: “siamo qualcosa che non resta/ frasi vuote nella testa/ e il cuore di simboli pieno”. Simboli che emergono nella “Canzone della bambina portoghese”, in cui la bambina con il suo bikini amaranto scende al mare e sente di essere “un niente, l’Atlantico immenso di fronte“, percependo di trovarsi davanti a qualcosa di grande e di inesplicabile. Anche qui la conclusione in chiave esistenzialista, con quel male che ci portiamo dentro e che ci ucciderà, rappresentato dal vivere stesso.
Il disco termina con un messaggio rivolto al futuro, come lo stesso Guccini scrive nelle note di copertina. “Il vecchio e il bambino” chiude infatti il cerchio dell’incontro tra le generazioni, che uno dei leitmotiv dell’album. Il vecchio e il bambino avanzano insieme, tenendosi per mano in un’immensa pianura su cui si è abbattuta (probabilmente) la distruzione termonucleare. Il vecchio racconta di quando quei luoghi erano coperti di grano, di fiori e di alberi, assecondando il ritmo delle stagioni. “Il bimbo ristette, lo sguardo era triste/ e gli occhi guardavano cose mai viste/ e poi disse al vecchio, con voce sognante/ mi piaccion le fiabe, raccontane altre.”
Rimarrai sempre vivo per me. Ciao Francesco, la tua poetica, la storia e le canzoni rappresentano un pezzo fondamentale della mia cultura.
Celso Vassalini, Brescia

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