«Oltre i partiti: perché l’attacco di Trump a Meloni è un’offesa a tutta l’Italia»
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L’ultimo meme pubblicato dal presidente statunitense Donald Trump sul social Truth – una foto che lo ritrae insieme alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accompagnata dalla frase “serve un ordine restrittivo” – è un qualcosa che va ben oltre la semplice satira politica o la provocazione social.
La reazione indignata di alcuni schieramenti, dimostra quanto il colpo abbia superato i limiti della normale dialettica.
Questo episodio, apparentemente confinato alla sfera del gossip geopolitico digitale, mette in luce una verità molto più profonda e costringe a una riflessione necessaria: di fronte alle sguaiatezze e alle manovre di leader stranieri, la politica italiana ha il dovere – e il diritto – di riscoprirsi unita, difendendo a prescindere i propri rappresentanti.
Quando un capo di Stato estero attacca, deride o sminuisce il capo di un governo della Repubblica Italiana, non sta colpendo la leader di un singolo partito o una specifica coalizione. Sta colpendo l’istituzione stessa che lei rappresenta, e di riflesso i cittadini che l’hanno scelta.
In un’epoca di polarizzazione estrema, dove lo scontro politico quotidiano in Italia è spesso feroce, è fin troppo facile cadere nella trappola del “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Ma la politica estera ed il rispetto per la sovranità nazionale richiedono una maturità diversa. È proprio nei momenti in cui le forze di opposizione scelgono di fare scudo comune con il governo contro le ingerenze esterne che si dimostra una postura istituzionale corretta: si può essere avversari in Parlamento, ma si è alleati nel difendere la dignità del Paese all’estero.
La necessità di difendere i politici italiani da questo tipo di uscite non è una cambiale in bianco sull’operato del loro governo, ma un fondamentale atto di igiene democratica.
Se oggi accettiamo che un presidente straniero utilizzi la propria piattaforma per ridicolizzare la nostra premier con toni da cortile, domani legittimeremo lo stesso trattamento per qualunque altro leader italiano di segno politico opposto.
La difesa deve essere incondizionata perché le regole del gioco democratico internazionale si basano sul rispetto reciproco tra Stati, non sulle simpatie personali o sulle dinamiche dei social network.
La classe politica italiana, con tutte le sue storiche frammentazioni, possiede una cultura istituzionale che non può e non deve farsi dettare lo stile da provocazioni d’oltreoceano.
L’episodio di Truth dimostra che, quando si tocca il fondo della retorica internazionale, l’Italia sa attivare i giusti anticorpi. Reagire compatti a un attacco esterno non è una questione di parte, è senso dello Stato. È la consapevolezza che la nostra dialettica interna rimane un fatto nostro,
governato dalle nostre regole e dalla nostra Costituzione.
Ma c’è un’ultima considerazione da fare, e riguarda la statura di chi attacca. Ridurre le relazioni transatlantiche e il rispetto tra nazioni alleate a un banale post denigratorio non qualifica chi lo subisce, ma definisce perfettamente chi lo compie.
Utilizzare la vetrina della presidenza della prima superpotenza mondiale per comportarsi come un bullo da tastiera rivela solo una profonda pochezza istituzionale.
La figura di Donald Trump ne esce ridimensionata: non quella di uno statista con una visione strategica, ma quella di un politico da quattro soldi, costretto a rincorrere un pugno di like facili sacrificando lo stile, l’eleganza e la dignità che il suo stesso ruolo richiederebbe.
Marco Morandi Vobarno




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