Lettere al direttore

Oltre la provocazione: perché il femminicidio non è “un omicidio come gli altri”

Le recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, secondo cui “il femminicidio non esiste” ed è da considerarsi semplicemente “un omicidio come altri”, hanno riacceso un dibattito che molti ritenevano — o speravano fosse — superato dalla realtà dei fatti, della giurisprudenza e della sociologia.
Liquidare la specificità del femminicidio come un’invenzione mediatica o una forzatura ideologica non è solo un errore di lettura statistica, ma rappresenta un pericoloso passo indietro nella comprensione di un fenomeno strutturale che insanguina il nostro Paese.
Ridurre l’uccisione di una donna per motivi di genere a un generico reato di omicidio significa ignorare la radice causale del crimine. Significa, in ultima analisi, rifiutarsi di vedere la diagnosi della malattia, precludendosi così la possibilità di curarla.
Per comprendere l’errore di fondo delle affermazioni di Vannacci, a mio avviso è necessario partire dalle definizioni. Il termine “femminicidio” non è un neologismo emotivo inventato per concedere una corsia preferenziale di indignazione pubblica. È una categoria criminologica e giuridica precisa, ratificata a livello internazionale (basti pensare alla Convenzione di Istanbul).
Un omicidio stradale, una rapina finita nel sangue o un regolamento di conti tra bande criminali sono
eventi tragici, ma non sono sovrapponibili al femminicidio.
♦L’omicidio generico avviene solitamente in un contesto di criminalità, casualità o conflitto interpersonale non legato all’identità di genere della vittima.
♦ Il femminicidio, al contrario, è l’uccisione di una donna in quanto donna, perpetrata all’interno di una dinamica di potere, possesso, controllo e sottomissione.
La statistica e la cronaca ci dicono che la stragrande maggioranza delle donne uccise in Italia muore per mano di partner, ex partner o familiari. Non si tratta di “raptus” improvvisi o di tragiche fatalità, ma dell’atto finale di un’escalation di violenze, stalking, abusi psicologici ed economici. C’è una costante asimmetria di potere che manca negli altri tipi di omicidio. Dire che è “un omicidio come gli altri” significa equiparare un delitto d’impeto o di criminalità comune a un fenomeno sistemico alimentato da una precisa cultura del possesso.
Affermare che il femminicidio non esiste arreca un danno profondo prima di tutto sul piano culturale ed educativo. Le parole dei rappresentanti delle istituzioni o delle figure pubbliche hanno un peso.
Negare la specificità della violenza di genere significa implicitamente legittimare, o quantomeno normalizzare, quei comportamenti “spia” che ne costituiscono l’anticamera: la gelosia ossessiva, il controllo del telefono, l’isolamento sociale della partner, l’indipendenza economica negata.
La narrazione patriarcale, che Vannacci sembra voler difendere in nome di una presunta tradizione, è esattamente il terreno fertile in cui il femminicidio affonda le sue radici. Quando un uomo uccide una donna che ha deciso di lasciarlo, non sta compiendo un banale atto di violenza: sta punendo l’esercizio
di libertà e autodeterminazione di quella donna. Sta riaffermando un diritto di proprietà (“O mia o di nessuno”) che la società civile e le leggi dello Stato hanno il dovere di sradicare.
Se la società accetta l’idea che si tratti solo di un problema di ordine pubblico e non di una questione culturale, l’azione dello Stato si ridurrà sempre e solo alla repressione tardiva, ovvero a contare i cadaveri a crimine avvenuto.
Anche dal punto di vista strettamente legislativo, la tesi di Vannacci si scontra con l’evoluzione del nostro ordinamento. Il legislatore italiano, attraverso strumenti come il “Codice Rosso” e le sue successive modifiche, ha riconosciuto che la violenza domestica e di genere necessita di corsie preferenziali, misure cautelari specifiche e aggravanti dedicate.
Perché esistono queste norme speciali? Perché la criminologia dimostra che il ciclo della violenza segue tappe prevedibili. Intervenire tempestivamente su un reato di maltrattamenti in famiglia o di stalking significa, concretamente, evitare che quel reato si trasformi in un femminicidio. Se considerassimo tutto come un “omicidio generico”, perderemmo l’efficacia della prevenzione mirata,
che si basa proprio sul riconoscimento della specificità del rischio che corrono le donne.
“Negare il femminicidio significa smantellare l’architettura culturale e giuridica costruita con fatica per proteggere le vittime prima che sia troppo tardi.”
La provocazione del generale Vannacci risponde a una logica di polarizzazione politica che cerca il consenso attraverso la semplificazione e la negazione della complessità. Tuttavia, la pelle delle donne e la sicurezza sociale non dovrebbero essere terreno di scontro elettorale o di retorica reazionaria.
Il femminicidio esiste, ed esiste perché esistono ancora uomini incapaci di accettare il rifiuto, l’autonomia e la parità delle donne. Riconoscerlo non significa svalutare le altre vite spezzate da reati violenti, ma focalizzare l’attenzione su una piaga specifica che richiede soluzioni specifiche: educazione all’affettività nelle scuole, centri antiviolenza finanziati, formazione delle forze dell’ordine e, soprattutto, una netta condanna culturale di ogni forma di paternalismo e tossicità relazionale.
Finché ci saranno voci autorevoli che si ostineranno a chiudere gli occhi davanti alla matrice patriarcale di questi delitti, la strada verso una reale parità e sicurezza sarà drammaticamente più lunga e dolorosa. Il primo passo per sconfiggere un problema è, da sempre, chiamarlo con il suo nome.

Marco Morandi                    Vobarno

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