Paolo Pagani, «Perché il Pd deve impegnarsi allo spasimo per vincere questi referendum»
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Egregio direttore,
la storia, ma in questo caso forse è una parola grossa, si diverte a essere ironica. In un paio di giorni c’è stata una batteria di dirigenti del Pd che ha dichiarato che non voterà al referendum sul Jobs act. In un partito plurale non ci sarebbe niente di strano. Ma la stranezza sta nel fatto che i vari Del Rio, Serracchiani, Madia, Alfieri all’epoca del referendum costituzionale di Renzi si erano scagliati lancia in resta contro dirigenti del Pd che si erano schierati per il No. E ci davano lezioni sull’unità del partito. Ci accusavano di voler “far fuori” il segretario. Tanto è vero che poi alla Leopolda i pasdaran gridarono “fuori, fuori”, rivolti a Bersani, Epifani, D’Alema.
Ma c’è una differenza sostanziale. Lo statuto del Pd stabilisce che in materia costituzionale vale la libertà di coscienza e non sono vincolanti i deliberati degli organismi dirigenti. Ergo. I dirigenti e i militanti che si schierarono per il No non stavano attentando all’ unità del partito, non stavano sparando fuoco amico sul segretario, ma stavano esercitando un loro diritto sancito dallo statuto. Ovviamente potevano essere criticati perché stavano commettendo un errore politico. Ma questo è un altro paio di maniche.
Nella vita, come in politica, si può cambiare idea, ma c’è una virtù che bisogna sempre coltivare: quella della coerenza. E in nome della coerenza dico a questi dirigenti, in possesso del diritto pieno di non andare a votare (anche se con un minimo di grano salis, considerato che è un referendum con il quorum, potrebbero andare a votare No o scheda bianca), che hanno almeno il dovere di scusarsi per gli attacchi scomposti di quel periodo. In caso contrario tutto quello che in futuro diranno sull’unità del partito avrà un valore pari allo zero.
Qualcuno di famoso ebbe a dire che a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca. E queste dichiarazioni dicono molto sul significato profondo del convegno dei cattolici democratici di sabato scorso a Milano. Nel merito dei referendum credo che il Pd, al contrario di quanto sostengono questi più o meno autorevoli dirigenti, debba impegnarsi allo spasimo per vincere questi referendum.
Perché riportano al centro della politica e del conflitto sociale il tema del lavoro. Lavoro, in questi ultimi 30 anni, sempre più vilipeso, sempre più sfruttato, sempre più marginalizzato. Ed è solo partendo da una rivalorizzazione del lavoro, in tutte le sue forme, che la sinistra può recuperare il suo popolo perduto. Che la sinistra può riportare al voto tanti astensionisti.
A questi dirigenti vorrei solo ricordare un paio di dati statistici. Tra gli operai il Pd raccoglie poco più del 10%. Tra i disoccupati, marginali meno del 5%. La maggioranza di chi non vota più appartiene ai redditi medio-bassi. A questi dirigenti, che a Milano ci hanno spiegato che il centrosinistra deve arrivare a superare il 50% (facendo capire che la nuova segretaria non ne è capace, anche se, quasi tirandosi su per i capelli come il barone di Munchhausen, lo ha tolto dal baratro del 15%), vorrei chiedere se pensano di arrivarci conquistando il ceto medio riflessivo (che già in grande maggioranza vota a sinistra) o riconquistando ultimi e penultimi? (Gentiloni permettendo). Se la matematica non è un’ opinione la domanda è retorica.
Riconquistare il nostro popolo è, qui e ora, a fronte del tecnocapitalismo populista che riesce a far votare i ricchi dai poveri, un imperativo categorico.
Paolo Pagani della direzione regionale del Pd








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