Canton Mombello, la scioccante lettera scritta dai detenuti
I reclusi della prigione più sovraffollata d'Italia hanno raccontato le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere ogni giorno. Il testo è stato inviato a tutti i parlamentari e i senatori bresciani.
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Brescia. Un’altra terribile testimonianza è arrivata dal carcere più affollato d’Italia. I reclusi dell’istituto “Nerio Fischione”, il carcere Canton Mombello, hanno scritto un’altra lettera dopo quella che abbiamo pubblicato lo scorso 25 aprile.
Questa volta la missiva era indirizzata a tutti i parlamentari e ai senatori bresciani, alcuni dei quali hanno visitato la prigione incontrando i detenuti. Il testo che trovate qua sotto è stato reso pubblico da Luisa Ravagnani, Garante dei detenuti della nostra città, e condiviso dal Comune di Brescia.
“Fa caldo, il sudore scivola sulla pelle e si appiccica con i vestiti addosso, sono madido e si sono ormai impregnati lenzuola e materasso, anch’essi di sudore come i miei panni e le nostre membra.
Si boccheggia, in cella, e l’acqua che ci trasciniamo dietro, dopo la tanto sofferta e agognata doccia, evaporando riempie d’umidità l’angusto luogo.
L’aria satura d’umidità, sudore, miasmi, la puoi tagliare con un coltello. In verità farlo è impossibile, i coltelli sono di plastica riciclata, e si rompono anche solo a guardarli.
Devo andare in bagno, ma é occupato, altri 15 sono in fila davanti a me. Un anziano di circa 74 anni ha il mio stesso problema: purtroppo per lui, e per noi, non fa in tempo a dire che gli occorre con urgenza il bagno. Ha una scarica di dissenteria, mentre dimenandosi cerca di alzarsi a fatica dalla branda con il materasso vecchissimo in gomma piuma.
In un attimo, lenzuola e materasso s’impregnano di liquame e urina, lui non sa come comportarsi, indifeso, imbarazzato, umiliato, impietrito, attonito. Piange, un uomo di 74 anni, i capelli radi e canuti, piange e si scusa, geme, si lamenta, impreca, bestemmia, chiede a Dio di morire.
La sua colpa è quella d’aver commesso un grave reato: bancarotta fraudolenta. I suoi carnefici sono fuori, si sono approfittati di lui, di un vecchio che a stento sa leggere e scrivere. L’hanno circuito e lui è qui, in questo piccolo inferno, devastato nel corpo, nella mente e nell’anima. Ma in fondo questo non è un nostro problema. Il nostro problema sono gli odori.
Il problema suo è uno della cella si sta alzando irritato, gridando qualcosa d’incomprensibile nella sua lingua. Probabilmente vuole mettergli le mani addosso: non lo fa per mera cattiveria, è lo stress, il caldo, gli odori insopportabili, il fatto che non parla la nostra stessa lingua e che non riesce a sentire la sua famiglia se non per dieci minuti a settimana. Stanco, arrabbiato, sofferente, come lo siamo tutti.
Qualcuno si alza per ragionarci, per calmarlo, ma subito l’aria s’infiamma, cominciano a volare parole grosse e i primi spintoni, per fortuna altri intervengono e si riesce a placare gli animi. Questa volta è andata bene, ma la situazione é sempre questa, e purtroppo non tutte le volte termina cosi.
In 15 e un solo bagno, un vero e proprio stabilimento balneare per germi e batteri; per loro è la condizione migliore, una festa, per noi forse un po’ meno. Questa combinazione è il cocktail perfetto per far insorgere discussioni, litigi e tutto quanto di brutto può conseguirne.
Oltretutto il cesso è una vecchia turca fatiscente con sopra un tubo dell’acqua per farsi la doccia, che d’estate scotta dannatamente, e d’inverno è maledettamente fredda.
A pochi centimetri, sempre nel bagno, cuciniamo i nostri pasti. Se è vero che quando tiri lo sciacquone le feci nebulizzate schizzano fino a 2 metri, allora cosa stiamo mangiando da anni? In fondo, però, è notevolmente migliore della sbobba che ci servono dal carrello.
In 15 è pressoché impossibile permanere in piedi in cella, figuriamoci seduti tutti al piccolo tavolino per mangiare, quindi facciamo a turno. Nei turni, con noi, si accodano cimici, scarafaggi e altre bestiacce, che non ne vogliono sapere di rispettare la fila.
Ben pensandoci, più che mancanza d’intimità, non stiamo forse parlando di una vera e propria violenza? Violentati, intimamente, mentalmente, moralmente, proprio in linea con l’articolo 27 della Costituzione.
Di persone non auto sufficienti in questo Istituto ce ne sono parecchie, si va dalle malattie psichiatriche più accentuate alla tossicodipendenza, e come visto sopra, alle malattie senili.
Il sovraffollamento in un carcere causa tutto questo, o meglio, in tutte le carceri di questo paese, non puoi aspettarti altro. E cosi, come soffriamo noi, allo stesso modo soffrono gli operatori che ci devono assistere, dagli agenti per la sicurezza al personale sanitario. E che dire di quelle migliaia di persone che in carcere ci sono finite, ma nulla avevano fatto per meritarlo? Tutte persone incrinate, inevitabilmente, irreparabilmente; una tristezza desolante e sconfinata, per i rei e non.
Tanti sono i suicidi in carcere, 44 in soli 5 mesi e mezzo dall’inizio dell’anno. Un gesto troppo estremo? Forse, ma è quello che viviamo qui che porta queste persone a compiere certi gesti, e qui di persone ce ne sono sicuramente troppe.
I gesti estremi accadono sempre vicino a noi, ti svegli una mattina e mestamente ti accorgi che nel bagno un tuo cancellino ha reso l’anima, oppure accade al vicino o al dirimpettaio. Aberrante.
Siamo sovraffollati, in condizioni che rasentano la disumanità, definite tortura dall’Unione Europea. Sopra lo abbiamo ben spiegato.
La domanda giusta da porsi è: come può funzionare il reinserimento? La cosi chiamata rieducazione? Come si possono svolgere i corsi organizzati?
Non solo manca personale, sono concretamente assenti gli spazi. Sappiamo che alcuni di voi sono già venuti a vedere le nostre celle, ma viverci è molto diverso. Voi ci dovete credere, queste non sono lamentele, non vogliamo né impietosire né mendicare, né invocare clemenza, ma solo riportare quanto è vero e ahinoi terribile.
Sì, certo, alcuni di noi meritano di stare in carcere, hanno commesso reati. E’ altresì verosimile che questa mancanza pressoché totale di umanità nei confronti dei carcerati sia forse pari a commettere dei reati.
Giusto pagare per chi ha sbagliato, perché occorre rieducazione; è altresì vero che oggi, con questo sovraffollamento, le persone detenute vengono poco alla volta, girano dopo giorno, defraudate della loro umanità. E questa cosa deve fare paura, e fa concretamente spavento.
La violenza fatta a quell’anziano prima citato, non è simile a compiere un reato? E’ uno dei tanti è vero, ma quanti, quanti ce ne sono come lui? Non sono dei veri e propri reati, trattare le persone in questo modo, e non è forse vero che le condizioni in cui ci troviamo in carcere sono un costante incitamento al suicidio?
Non pensiamo sia edificante, ma umanamente avvilente per un agente di turno dover sciogliere un nodo che un detenuto esanime si è messo al collo ponendo fine alla sua esistenza.
Tutti possono sbagliare, ma il carcere deve essere impostato per rieducare, non per toglierci di mezzo. Non penso che lo Stato attuale sia uno Stato non improntato al dialogo, anzi! Proprio per questo possono nascere dal dialogo vere e proprie soluzioni.
Vedere qui oggi le Signorie Vostre per noi è fonte di speranza, voi ci rappresentate, indifferentemente dall’appartenenza politica, voi ci rappresentate come persone, come abitanti di questo Bel Paese, l’Italia.
Il problema carceri in Italia è grande, non è di sicuro il nostro fiore all’occhiello. In Europa ci rimproverano (2006-2013) per il nostro sistema carcerario. Perché quindi non provare ad ascoltare chi in carcere ci vive per immaginare possibili soluzioni?
Questo non vuol dire scendere a patti con nessuno, ma semplicemente sarebbe un atto di democrazia, un modo per riuscire a sistemare questo problema carceri, o perlomeno un punto da cui cominciare.
Da questo punto potrebbero nascere idee, e qui a Canton Mombello, il problema del sovraffollamento è eclatante, quindi perché non cominciare da qui?
Sarebbe bello che compiendo un atto di umanità il nostro Paese venisse visto in maniera diversa, in maniera positiva anche per il sistema carcerario oltre a tutto quello che di bello in Italia già c’è.
Leggendo i giornali abbiamo letto che alcuni considererebbero la concessione dei giorni in più di liberazione anticipata come un fallimento dello Stato. Noi ci chiediamo: “perché concedere dei giorni in più di liberazione anticipata a persone meritevoli sarebbe un fallimento?”
Abbiamo visto che non è facile essere meritevoli; sappiamo che solo chi ha fornito prova di partecipazione ad un percorso rieducativo e riabilitativo può beneficiare di detti giorni; abbiamo osservato come non sia semplice rientrare nelle maglie di questa rete. Quindi, davvero sarebbe un fallimento?
Personalmente crediamo che non si tratti per nulla di un fallimento, al contrario, sarebbe la concreta dimostrazione che lo Stato c’è, e ha vera volontà di cambiare le cose, di migliorare la vita a tutti i suoi cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato, ma che comunque non sono esclusi.
Ad oggi, causa il sovraffollamento, il carcere non mette in condizioni nessuno di essere rieducato, e fa vivere pesanti condizioni anche ai suoi operatori. Come può funzionare un sistema che mette in avaria il suo stesso personale (da quello sanitario a quello educativo, fino agli agenti che con un giuramento si prodigano tutti i giorni in questo lavoro)?
Cosi come i detenuti vivono quotidianamente con il sovraffollamento, gli stessi operatori sono costretti a conviverci e a fare i conti con i problemi che causa. Tutti quanti sono messi a dura prova ogni giorno, e alla nostra sofferenza si somma la loro.
Chi vuole, cerca e si prodiga per la rieducazione, conscio dei propri errori, si ritrova a lottare per frequentare corsi che non possono esserci per tutti, poiché siamo davvero tanti.
Qui nessuno chiede alcuna misura di grazia, desideriamo solamente poter avere un percorso corretto, giusto, che ci consenta di migliorarci come persone. A cosa servirebbero i giorni aggiunti di liberazione anticipata se non a migliorare questo sistema?
Con la concessione di questi giorni, non solo si allevierebbe la sofferenza dei detenuti e degli operatori del carcere diminuendo sensibilmente il problema del sovraffollamento, ma s’incentiverebbe un sistema virtuoso che dà una speranza ai meritevoli”.




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