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Lettere al direttore

Ecco la mia “Signora Gabre”, così diversa, così forte e autorevole

Da parte di una ex atleta dell'Assindustria Brescia, che ha conosciuto Gabre Gabric, una testimonianza a sostegno dell'intitolazione a Gabre del nuovo stadio di atletica leggera di San Polino.

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Era alta, la “Signora Gabre”, indossava una tuta di color marrone che lei rendeva elegante con il suo incedere armonico e sicuro; i capelli tenuti indietro da una fascia bianca esaltavano il sorriso aperto e, nello stesso tempo, schietto e irriverente come il suo sguardo, diretto e interrogativo. Non si accontentava di risposte evasive: le voleva chiare e definitive, sia che ti chiedesse di tecnica, delle tue motivazioni o dei tuoi desideri.
Me la ricordo così la “Signora Gabre”. Era proprio una signora, per me allora una specie di visione, così diversa dalle donne che avevo incontrato fino a quel momento, forte e sicura: autorevole. E incuteva pure una certa soggezione.
La vidi la prima volta sulla pista del campo del Rigamonti che avevo già iniziato a «fare l’atletica», come diceva la prof alle medie. Arrivavo da un piccolo paese di provincia dove non era cosa normale vedere una ragazzina correre, saltare, lanciare e fare cose “da maschi”. Ero giovanissima, intorno ai 13/14 anni, e andare in città per allenarmi era per me come andare alle Olimpiadi; per un verso ero felice e per l’altro preoccupata di dover essere all’altezza del privilegio che mi era stato concesso: praticare lo sport che amavo.
La “Signora” le Olimpiadi le aveva fatte per davvero — e molto altro, benché allora ancora non lo sapessi — e questo, ai miei occhi di ragazzina, la rivestiva di un’aura di tale splendore che me la immaginavo irraggiungibile. Niente di più sbagliato: si rivelò essere generosa nel dispensare consigli o, meglio, indicazioni tecniche; sapeva trovare parole consolatorie e infondere coraggio senza scivolare nella retorica scontata. Era maestra di sport e maestra di vita, un’adulta fidata, capace di ascoltare e indirizzare.
Lei aveva l’esperienza di un vissuto fatto delle stesse incertezze, paure e delusioni come pure delle gioie e dei momenti esaltanti che regalano la vittoria o la sconfitta, la fatica e la sofferenza fisica, in uno sport magico e spietato come l’atletica leggera . Conosceva il valore della sua esperienza e non dispensava a caso i suoi insegnamenti: esigeva rigore, impegno, umiltà, dedizione, rispetto e lealtà verso sé stessi e nei confronti del lavoro altrui, di allenatori o allenatrici, compagni e compagne di squadra che ci aspettavano sul campo di atletica.
Eravamo una grande comunità, unita dalla pratica sportiva e dall’etica che lei, con semplicità, quotidianamente ci tramandava e ci faceva mettere in pratica. La “signora” non era la semidea che inizialmente mi era apparsa, ma sicuramente la domina
che con saggezza reggeva il campo sportivo e la magistra che si dedicava a educarci, in altre parole a tirar fuori da tutte e tutti quanto di meglio c’era in noi, a livello agonistico e sul piano umano.
A quell’età non potevo cogliere appieno il ruolo che avrebbe giocato la sua figura nella mia carriera sportiva, professionale e personale, ma oggi riconosco il valore che “Gabre” ha avuto, non solo per me, ma per tutte le generazioni di atlete e atleti che hanno avuto la fortuna di incontrarla a casa sua, sul campo di atletica. Dedichiamolo a lei, lo merita!
Delia Salvadori

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