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Lettere al direttore

“Le sbarre? Non sono l’elemento qualificante della pena”

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L’iniziativa non violenta del leader radicale On. Pannella, ha infatti un duplice obiettivo: quello di denunciare l’illegalità che caratterizza lo stato italiano in materia di giustizia e carceri, perlomeno in base al dettato costituzionale e alla giurisprudenza internazionale. Adesso il problema vero è l’amministrazione della giustizia italiana, che è deplorata. Uso questo termine perché anche il Presidente della Repubblica a detto ‘proviamo vergogna e orrore’ della situazione odierna, quindi mi permetto anche io di inserire questo elemento che è disdegno, della corruzione la peggiore – la corruzione intellettuale, la corruzione non democratica.  L’amministrazione della giustizia è la causa e l’effetto di questa filosofia antica, che vede nel carcere e nella obbligatorietà dell’azione penale la garanzia della sicurezza sociale. Non è così, secondo me, neanche da un punto di vista empirico e sociologico. L’attuale codice penale è firmato da Mussolini e dal re. Paradossalmente questo codice è rimasto in piedi, mentre quello firmato da una medaglia d’oro alla Resistenza come Ministro Vassalli e da un luminare immenso come Giandomenico Pisapia, cioè il codice di procedura penale, è stato modificato, integrato, soppresso molto di più di quanto non lo sia stato il Codice penale. Noi cittadini in questi anni abbiamo sempre sentito parlare di ‘leggi ad personam’, perché si riferiva al primo ministro. Ignorando che l’intera produzione normativa penale è tutta ad personam, è stata tutta costruita nel Secondo Dopoguerra sulla base di eventi contingenti. Gli esempi della legge Fredda, la legge Valpreda, la Legge Tortora, eccetera. Una rivoluzione dell’intero sistema dell’amministrazione della giustizia, al di là e oltre la necessità attuale dell’amnistia, è davvero un condito sine qua non. Ma deve transitare per una riforma costituzionale, e anche la nostra Costituzione paradossalmente è più legata al codice fascista che all’ideologia antifascista dalla quale è stata partorita. Nella filosofia del diritto – dove io rilevo il vizio di origine di tutto questo sfascio, di cui sono vittime tutti, i carcerati, ma anche i poliziotti, le famiglie e anche i magistrati – qual è impasse proprio logica e filosofica? E’ che noi continuiamo a privilegiare il carcere, la limitazione della libertà personale, come elemento qualificante ed elemento tipico della sanzione penale. Noi siamo ancora fermi al vecchio sistema di pensare nella retribuzione, che sia proporzionata alla colpa, ma senza tener conto possa diventare crudele. Non solo in tal caso in contrasto con i principi di umanità delle leggi internazionali e della nostra Costituzione, non solo in contrasto con quello che dovrebbe essere il fine rieducativo che la stessa Costituzione sancisce, ma anche al punto da trasformarsi in pia illusione. Allora, le nostre prigioni adesso non sono sicuramente quelle della Prinz Alberecht strasse o della Geheime Staatspolizei, però c’è una cosa da dire: che effettivamente loro erano convinti, per la loro filosofia, che tanto più feroce fosse la pena e tanto più sicuro fosse lo stato. Sono stati clamorosamente smentiti proprio durante la seconda guerra mondiale quando, nonostante rigorosissime come la pene di morte per reati anche minimi come la Borsa nera, ciò nonostante la Borsa nera proliferava. No è  l’entità della pena che può servire da deterrente. Noi però ci siamo filosoficamente fermati a questo principio: il carcere, le manette, le sbarre, sono l’elemento qualificante ed elettivo della sanzione penale. E finché questo rimane, non ne usciremo. E perché non ne usciremo? Perché noi abbiamo un tot di reati che continuano ad essere commessi, perché abbiamo una pen-proloferazione legislativa che contempla come reati che intasano i tribunali e le celle. Da questa filosofia antica, noi non siamo riusciti a estrapolare una novità che potrebbe quella esattamente opposta: il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio, l’eccezione dell’eccezione nella sanzione. Saremmo facilitati a risolvere il problema se già da un punto di vista filosofico ci convincessimo che il carcere rischia di essere non solo inutile ma anche criminogeno, e quindi provocare una clonazione. Sono convinto e credo che chi esca dalle carceri, nello stato attuale in cui sono, esca e non dico ‘redento’ e rieducato – che è già una brutta parola che mi puzza di gulag – ma semplicemente ‘migliore’ di quanto è ‘entrato’. Condivido la lotta per la legalità del leader radicale e mi permetto di aggiungere: “Io mi preoccupo per le tue condizioni caro On Panella e mi occupo del mio paese della mia Città come so fare: come ogni cittadino dignitosamente ogni mattina lavorando per una grande famiglia di Cittadinanza europea. E’ questo l’impegno unico che possiamo garantirti, è questo l’impegno che sentiamo di saper fare. Se noi consideriamo l’amnistia come provvedimento shoc sotto questo profilo. Sarebbe una tale esplosione di energie nuove che rimetterebbero tutto in discussione e faciliterebbe tutta una serie di riforme che potrebbero venire da sé. Certo forse chiedo troppo sollecitare adesioni significative a liste elettorali che possano porre al centro del loro programma l’amnistia. Senza tuttavia dimenticare che  su carceri e carcerati sono sempre intervenuti quasi tutti i papi dell’ultimo mezzo secolo, da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI.  “Senza dubbio la necessità di una amnistia  –  si impone per affrontare il sovraffollamento delle carceri e per affrontare situazioni ambientali spesso insostenibili.

Auguro un Sereno Natale, un Felice Anno Nuovo mia cara amata Città europea.

Celso Vassalini

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