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Lettere al direttore

“Perché proprio Artematica a Brescia? Favori “agli amici degli amici?”

Egregio Direttore,
l’affaire Matisse si è reso ancor più esplicito nel suo inquietante contorno politico. La gravità del danno economico e d’immagine, la richiesta di dimissioni – da parte del PD e non solo – dell’assessore Arcai, le corresponsabilità pesanti di Sindaco, Giunta e Brescia Musei. E, ci mancava, la figura bislacca d’un Assessore dimezzato, e pure col tutore.
Molti gli interrogativi irrisolti. Perché proprio Artematica a Brescia? Una “società di eventi” già da prima immersa fino al collo in guai economici. Il Sindaco Paroli risponde: una casualità, ci hanno fatto una proposta e noi l’abbiamo accolta.
Una risposta che ha dell’incredibile. Con Artematica, che nulla ha a che fare con Brescia – e dopo la stagione straordinaria di Goldin- non si mettono a repentaglio milioni e prestigio d’una città intera senza solidi affidamenti. Già, quali?
Immagino una storia ben diversa e che non parte da Brescia, ma da Milano, e che riguarda il modello “ciellino” di governo di Formigoni in Lombardia. Un’imitazione per Brescia, se vogliamo, della ramificazione d’una struttura di affiliazione e di potere, vista in Regione disastrosamente all’opera in sanità e nell’organizzazione degli interessi, da quelli immobiliari e finanziari ai fondi europei. Una “struttura lobbistica”, come dopo la sentenza vinta dal sottoscritto contro la citazione della Compagnia delle Opere, posso liberamente sostenere. Lobby, tecnicamente intesa, s’intende. Come da sentenza.
Come approdano a Brescia Direttore Generale e Segretario Generale entrambi del tutto estranei a Brescia, se non attraverso tale filiera che, com’è noto, è la stessa del Sindaco Paroli? Il Direttore Generale, Danilo Maiocchi, in quel suo biennio ha cercato – paracadutato qui dalla Regione – di applicare il modello Formigoni, operando con scelte che spesso hanno bypassato una Giunta in gran parte inconsapevole. Nessuno l’ha rimpianto, il dottor Maiocchi, quando se n’è andato. Nessuno, se non con un qualche omaggio all’ipocrisia. Ma alcuni suoi grossi guai ci son rimasti appiccicati addosso, come del caucciù. Artematica, appunto (gli “avventurieri”: Rolfi dixit).
Non ho favorito “gli amici degli amici”, dice Paroli in Consiglio, alludendo (se non sbaglio) alla Compagnia delle Opere ed in polemica con il sottoscritto. E pretende di convincerci del valore del contratto sottoscritto. Pretesa vana. Il  meccanismo contrattuale, infatti, solo in apparenza è minaccioso per le penalità previste, ma nella realtà  è un contratto lasco, a maglie troppo larghe e – come avvenuto – ha reso possibile le tentazioni alla truffa, che la Procura è chiamata a verificare.
Risulta grave (a contratto già approvato il 18 giugno 2010) la condizione iugulatoria imposta dopo cinque mesi da Artematica,  con la modifica dell’art. 8. Tale modifica prevede di ridurre drasticamente il controllo sulle rendicontazioni. Condivisa dalla Giunta, essa stabilisce che il 50% circa dei ricavi previsti (circa 5 milioni) vengano esclusi dalla rendicontazione. Non solo. Per l’altra metà, la rendicontazione è un elenco di spese, ma stilato da Artematica stessa e che esclude la presentazione delle fatture (si parla di 2 milioni per biglietti, e di un altro milione tra sponsor e bookshop). Quindi mezzo bilancio per contratto è fuori da ogni controllo e per l’altra metà non sono possibili verifiche di fatture, se non solo a campione!
Temo che si sia così voluto sottrarre Artematica ad ogni forma stringente di controllo.
Si pone infine anche il problema dello studio professionale che in queste faccende ha fatto “assistenza” alla Fondazione e al Comune. Non parlo del contratto Inca, ma dell’affaire Matisse. Il Presidente della Fondazione, dottor Lechi, ritiene di non dover fornire elementi sugli studi professionali coinvolti e sui pareri espressi. Evocare, come lui ha fatto, la legge sulla trasparenza (L. 241/90) per mantenere opaca la vicenda suona solo conferma d’un suo spinoso imbarazzo.
Se gli interrogativi da me sollevati sono (come mi auguro) infondati basta una risposta chiara. E la cosa di per sé finisce lì. Come chiara è stata la risposta a suo tempo data per il Contratto Inca. Se, viceversa, prevale l’ostinazione ad arrampicarsi sui vetri temo che – dopo vani stridori d’unghie e d’avvocati – ben più rovinosa si preannunci la caduta.

Claudio Bragaglio, consigliere comunale Pd

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