Ex Ilva, dopo la sfida di Federacciai ai colossi esteri è scontro sui piani industriali

Entra nel vivo la partita per il rilancio della siderurgia nazionale. I gruppi internazionali Jindal e Flacks Group puntano all'acquisto globale con pesanti tagli al personale, mentre la cordata di Federacciai esclude l'area a caldo di Taranto.

Taranto. Contemporaneamente alle lettere di licenziamento inviate da 28 aziende dell’indotto a circa 2500 lavoratori, la partita per il controllo e il rilancio produttivo degli stabilimenti di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) è entrata nella sua fase più calda, delineando un netto scontro di strategie industriali e geopolitiche.
Sul tavolo dei commissari straordinari e del ministero delle Imprese e del Made in Italy si confrontano due visioni opposte: da un lato l’offerta integrata dei grandi gruppi multinazionali stranieri, dall’altro il piano di filiera nazionale promosso dal comparto siderurgico interno. La competizione tra i pretendenti esteri, guidati dall’indiana Jindal Steel International e dalla statunitense Flacks Group, e il blocco italiano coordinato da Federacciai deciderà non solo il destino del polo di Taranto, ma l’intero assetto della fornitura di acciaio sul mercato europeo.
Le strategie delle multinazionali estere
I concorrenti internazionali puntano a un’acquisizione complessiva dei complessi aziendali, pur con modelli operativi nettamente divergenti. Il colosso indiano Jindal, che partecipa tramite la sua divisione Vulcan Green Steel, ha confermato e aggiornato la propria offerta vincolante mettendo sul piatto un piano basato sulla transizione tecnologica verso l’acciaio verde. La proposta prevede una drastica ristrutturazione occupazionale che ridurrebbe il personale del sito pugliese a circa 4.500 unità complessive.
Sul fronte opposto, la holding nordamericana Flacks Group si propone come partner finanziario e industriale orientato alla ristrutturazione profonda, prospettando un corposo piano di investimenti privati stimato in circa 5 miliardi di euro, finalizzato alla riconversione energetica senza procedere a uno spegnimento immediato dell’area a caldo.
La contromossa della filiera italiana
La Federacciai guidata da Antonio Gozzi ha formalizzato una manifestazione d’interesse alternativa raccogliendo l’adesione di quattordici importanti aziende siderurgiche del territorio nazionale (la metà della quali sono bresciane). La strategia della cordata italiana si differenzia radicalmente da quella dei competitor esteri poiché esclude deliberatamente la gestione diretta della complessa area a caldo dello stabilimento di Taranto.
I trasformatori nazionali intendono concentrare le proprie risorse e capacità operative esclusivamente sulle linee di finitura e sugli stabilimenti del Nord, in particolare i poli industriali di Genova e Novi Ligure. L’obiettivo del raggruppamento interno è garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di semilavorati per l’industria meccanica nazionale, lasciando allo Stato l’onere e la gestione della complessa decarbonizzazione del sito produttivo pugliese.
I nodi occupazionali e la valutazione del Mimit
In base alle linee espresse dai vertici ministeriali di via Veneto, l’esecutivo sta esaminando le diverse istanze pesando attentamente i vincoli di sovranità industriale e la tenuta sociale. I nodi principali che i commissari straordinari dovranno sciogliere riguardano le clausole di salvaguardia per gli oltre 11mila dipendenti diretti del gruppo e per le migliaia di lavoratori legati all’indotto dell’appalto.
Se le offerte estere garantiscono una continuità societaria unica ma impongono pesanti sacrifici sul fronte del perimetro occupazionale, la proposta di Federacciai solleva forti riserve tra le organizzazioni sindacali, che temono uno spezzatino industriale capace di isolare definitivamente la realtà produttiva di Taranto. Gli accertamenti sulle garanzie finanziarie fornite dalle multinazionali e i tavoli di confronto istituzionale proseguiranno nei prossimi giorni per giungere alla definizione dei soggetti ammessi alla fase finale della trattativa privata.

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