Capire davvero la partita ex Ilva: area a caldo, area a freddo, gli impianti e la forza dei protagonisti

La chiusura degli altiforni, il peso degli impianti del Nord, la forza della cordata italiana e l’assalto dei colossi esteri. Ecco chi può davvero decidere il futuro dell’acciaio nazionale.

Brescia. Per comprendere la trattativa sull’ex Ilva – oggi Acciaierie d’Italia – bisogna partire da una distinzione che non è solo tecnica, ma anche strategica: la differenza tra area a caldo e area a freddo. L’area a caldo è il cuore della siderurgia tradizionale, dove l’acciaio nasce attraverso altiforni, convertitori e laminatoi che lavorano a temperature estreme. È la parte più complessa, più costosa e più impattante dal punto di vista ambientale. A Taranto questa sezione aveva una capacità teorica di 8 milioni di tonnellate l’anno, anche se negli ultimi anni ne produceva molte meno. È la zona della quale la magistratura ha ordinato la chiusura entro ottobre 2026, con un impatto industriale enorme.

L’area a freddo, invece, è la parte dove l’acciaio viene trasformato, assottigliato, zincato, ricotto, rifinito. Qui non si fonde nulla: si lavora materiale già prodotto. È la zona “pulita”, quella che può funzionare anche senza altiforni, alimentata da bramme provenienti dall’estero o da altri impianti italiani. La capacità della filiera a freddo dell’ex Ilva supera 1,5 milioni di tonnellate l’anno, con possibilità di crescita fino a 2,5 milioni se alimentata correttamente. È proprio questa la parte che interessa alla cordata italiana, perché è immediatamente integrabile nelle filiere del Nord.

Per capire la partita bisogna guardare agli impianti uno per uno. Il gigante è ovviamente Taranto, ma la filiera ex Ilva è distribuita tra Puglia, Liguria e Piemonte, e ogni sito ha un valore industriale specifico. A Taranto la zona a freddo è enorme: laminatoi a freddo, decapaggio, ricottura, finiture. È un impianto che può lavorare oltre 1 milione di tonnellate l’anno, con un valore stimato tra 800 milioni e 1,5 miliardi di euro, a seconda degli investimenti necessari per riportarlo a pieno regime.

A Genova Cornigliano si trova uno dei poli più strategici dell’ex Ilva. Qui si producono zincati e latta, materiali fondamentali per automotive, elettrodomestico e cantieristica. La capacità complessiva è di circa 300.000 tonnellate l’anno, con un valore tecnico stimato tra 300 e 500 milioni di euro. È un impianto che ha mercato immediato e che può crescere rapidamente.

A Novi Ligure, in provincia di Alessandria, c’è un laminatoio di precisione che lavora materiali di alta qualità. La capacità è stimata tra 200.000 e 300.000 tonnellate l’anno, con un valore tra 200 e 350 milioni di euro. È un sito che serve l’industria meccanica e la trasformazione, con domanda costante.

A Racconigi, in provincia di Cuneo, si producono zincati e materiali finiti. È l’impianto più piccolo del gruppo, con una capacità attorno a 100.000–150.000 tonnellate l’anno, e un valore stimato tra 100 e 200 milioni di euro. È comunque un tassello importante della filiera a freddo.

Accanto agli impianti siderurgici, il perimetro ex Ilva comprende anche centinaia di ettari di aree industriali già bonificate o in fase di bonifica. Secondo il Tavolo Taranto, ci sono 170 ettari nel perimetro ex Ilva, 450 ettari dell’Autorità Portuale e 350 ettari di aree ex militari. Il valore complessivo dei progetti di riconversione supera 2 miliardi di euro.

La cordata italiana porta al tavolo una massa industriale che rappresenta l’intera filiera dell’acciaio nazionale. I grandi gruppi del Nord – Feralpi, Duferco, Marcegaglia, Arvedi, Beltrame, Acciaierie Venete, Alfa Acciai, TenarisDalmine, Lucchini RS e Ori Martin – esprimono complessivamente oltre 20 milioni di tonnellate l’anno, una potenza produttiva che nessun altro sistema industriale può eguagliare. È un fronte che va dall’acciaio da costruzione agli acciai speciali, dalla trasformazione alla laminazione, dalla logistica alla componentistica avanzata.

Gli attori esteri portano numeri meno significativi. Jindal Steel, dall’India, supera i 10 milioni di tonnellate l’anno. Metinvest, dall’Ucraina, è uno dei colossi europei, con capacità attorno ai 15 milioni di tonnellate. Stelco, dal Canada, produce circa 2,5 milioni di tonnellate. Steel Mont non è un produttore, ma un trader globale capace di muovere volumi enormi di materia prima. Questi gruppi guardano all’ex Ilva in modo diverso: per loro Taranto potrebbe diventare un hub mediterraneo per la produzione o la trasformazione dell’acciaio.

La partita industriale è chiara. Gli impianti a freddo sono immediatamente utilizzabili e hanno mercato. Gli impianti a caldo sono un problema industriale, ambientale e politico. Gli italiani hanno la forza per salvare la filiera a freddo e integrarla nelle loro produzioni. Gli stranieri hanno la forza per rilanciare l’intero complesso, ma con un modello che potrebbe cambiare radicalmente la siderurgia italiana. Alla fine, tutto si riduce a una domanda: chi ha abbastanza capacità produttiva da mettere sul tavolo per decidere il futuro dell’ex Ilva.

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