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Sequestri finti di Sandrini e Zanotti e quei soldi ai loro famigliari foto

Secondo gli inquirenti, i due bresciani, poi realmente rapiti in Siria, avrebbero percepito denaro per quelle attività.

(red.) Denaro che sarebbe finito ai familiari dei finti rapiti (poi in realtà veri) bresciani Alessandro Sandrini e Sergio Zanotti proprio per compensare l’accettazione della proposta da parte della banda che li ha inviati in Turchia. E’ quanto si legge nelle carte degli inquirenti di Roma che ieri, martedì 30 marzo, hanno notificato tre arresti e in totale dieci avvisi di garanzia tra la provincia di Brescia e la Germania. E oltre ai tre arrestati – uno di loro, Alberto Zanini, era già in carcere – sono indagati anche un siriano residente in Bulgaria, uno in Turchia, un 40enne marocchino senza fissa dimora, un egiziano 50enne che risiede a Brescia e un albanese 42enne che abita a Chiari.

Secondo l’accusa, il fatto che nell’ottobre del 2016 Sandrini avesse accettato di partire per la Turchia al posto di un altro imprenditore di Rezzato che all’ultimo momento aveva rinunciato, avrebbe portato al bresciano, in quel periodo in difficoltà economiche, fino a 10 mila euro prima del viaggio. E altri soldi alla fidanzata nei primi sei mesi del sequestro avendo contatto, secondo gli inquirenti, con due degli arrestati. Ma in seguito era arrivato il vero sequestro da parte del gruppo legati alla jihad.

Per quanto riguarda, invece, l’altro imprenditore bresciano Sergio Zanotti, sarebbero stato indotto ad andare in Turchia per comprare denari iracheni fuori corso e da rivendere sul mercato. La sua vicenda è simile a quella di Sandrini e anche nel suo caso la figlia e la seconda moglie avrebbero percepito il denaro di fronte al finto sequestro, poi diventato vero. Di fronte a queste accuse, ovviamente tutte da verificare anche negli interrogatori, già Sandrini, che si è visto sequestrare il cellulare, ha smentito tutto.

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