Mafia tra Brescia e Gela e profitti, chiusa inchiesta: 113 indagati

Secondo l'accusa, a Brescia presente un'associazione criminale autonoma per investire i profitti illeciti.

(red.) Nelle ore precedenti a martedì 14 luglio il magistrato di Brescia Paolo Savio, tramite il tribunale, ha fatto notificare a 113 soggetti l’avviso di chiusura delle indagini nell’ambito dell’inchiesta “Leonessa” che era stata condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia e che aveva portato a decine di arresti a partire dal settembre del 2019. Si parla, in particolare, di presunte infiltrazioni mafiose al Nord, ma anche di fatture false e corruzione.

Secondo il magistrato che ha chiuso le indagini, come riporta il Giornale di Brescia citando alcuni passaggi del testo, soprattutto a Brescia ci sarebbe stata un’associazione criminale di stampo mafioso autonoma, ma collegata con le cosche di Gela e per commettere diversi reati a livello fiscale, contro la pubblica amministrazione e riciclando in attività economiche i guadagni illeciti. Secondo l’inchiesta, a gestire le fila sarebbero stati tre soggetti, di cui il 33enne Rosario Marchese, siciliano e residente da tempo nel bresciano, già finito nei guai per altre vicende.

Lui poteva contare, secondo le carte dell’inchiesta, su un 55enne bresciano, ora in carcere a Voghera, che faceva da trait d’union. Tra gli indagati, come emerge dall’avviso di chiusura dell’inchiesta, ci sono anche un carabiniere della compagnia di Desenzano del Garda accusato di corruzione, falso in certificati pubblici e sostituzione di persona. In base alle carte, Marchese con questo sistema avrebbe incassato fino a quasi 7 milioni di euro. A tutti gli indagati a vario titolo, tra i quali anche il proprietario di un residence a Desenzano e il titolare di un negozio di telefonia, vengono contestati fino a 120 capi d’accusa.

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