Fallimento Qè di Paternò, ci sono anche imprenditori bresciani

Un arresto ai domiciliari e una misura interdittiva disposte dal giudice per il crac milionario del call center.

(red.) Questa mattina, giovedì 5 dicembre, su delega della procura di Catania i finanzieri del comando provinciale con quelli di Brescia e Milano hanno dato esecuzione a un’ordinanza nei confronti di due soggetti (uno agli arresti domiciliari e un’interdizione) nonché a un decreto di sequestro preventivo per 2,4 milioni di euro emessi dal giudice del tribunale etneo sul dissesto e il fallimento della società “QE’ S.R.L.” di Paternò. Già fornitrice del servizio di call e contact center ad aziende di rilevanza nazionale (tra le quali, Enel Energia, Sky e Inps) – si legge in una nota – chiuse i locali, licenziando oltre 200 lavoratori dipendenti e centinaia di lavoratori a progetto. Nel giugno 2017 il tribunale di Catania dichiarò il fallimento della società gravata da debiti erariali non assolti per circa 14 milioni di euro.

Il dissesto finanziario iniziò nel 2012 quando il patrimonio netto non più esistente (saldo negativo di oltre un milione di euro) venne occultato dagli amministratori attraverso la redazione di bilanci fasulli per proseguire l’attività in modo illecito. Eppure, la società di call center dal 2009, anno di sua costituzione, usufruiva anche di agevolazioni finanziarie e di crediti d’imposta riservati alle aziende localizzate nel Mezzogiorno per l’assunzione di lavoratori svantaggiati. Il provvedimento di oggi riguarda gli arresti domiciliari per Patrizio Argenterio, presidente e amministratore della Qè dall’aprile 2013 fino alla dichiarazione di fallimento. E’ indagato per omesso versamento dell’Iva, falso in bilancio e bancarotta fraudolenta. E’ amministratore della Zenith Alluminio con sede a Manerbio, attiva dal 2015 nella fabbricazione di imballaggi leggeri in metallo. Tra il 2014 e il 2017 è stato sostituito, in incarichi amministrativi in quattordici società prevalentemente dal figlio e da Mauro De Angelis.

Proprio il secondo ha ricevuto invece l’interdittiva del divieto temporaneo per sei mesi di esercitare ruoli direttivi. Aveva ricoperto cariche amministrative in oltre 40 società commerciali. In più, il sequestro preventivo a carico dei due per il profitto criminoso conseguito per l’omesso versamento dell’Iva per il 2015 pari a 1,1 milioni di euro e di altri 1,3 milioni. L’investigazione dei Finanzieri di Catania ha tracciato le criminose condotte poste in essere dal management della Qè il quale, nel 2015, in pieno dissesto, dopo aver beneficiato di tutti i contributi e gli sgravi possibili concessi per l’insediamento in Sicilia dell’attività aziendale, ha iniziato lo svuotamento delle casse sociali effettuando pagamenti e cessioni distrattive di beni a beneficio di imprese riconducibili direttamente alla cerchia degli indagati. Le Fiamme Gialle catanesi monitoravano una cessione dei beni aziendali (postazioni informatiche, arredi, apparati telefonici utilizzati per i servizi di call center), realizzata nel maggio del 2017 a favore di una società milanese operativa nello stesso settore della Qè.

I beni, materialmente trasferiti nella sede meneghina della cessionaria, venivano ceduti in assenza di corrispettivo per la cedente Qè rispetto al loro effettivo valore di mercato pari a 50 mila euro. Le citate attività sono state sequestrate ed affidate alla curatela fallimentare a copertura dei debiti insoluti. Si parla anche di pagamenti preferenziali, durante il dissesto e prima dell’apertura della procedura fallimentare, a favore di società a loro stessi riconducibili, il tutto a danno di lavoratori ed Erario le cui spettanze, per legge, andavano soddisfatte con precedenza. Nello specifico, per l’ammissione al passivo, furono avanzate oltre 200 istanze per crediti da retribuzione e TFR. Nell’indagine, oltre alla società di Manerbio si parla di altre due realtà bresciane. Negli ultimi anni di vita della società catanese fallita sarebbero stati frodati lavoratori, enti assistenziali e previdenziali e non versando le imposte dovute.

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