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Rapina a Pontoglio: un bandito tace, l’altro nega

Dal Gip i due presunti componenti della banda autrice del blitz costato la vita a Raccagni. Una lettera della famiglia del macellaio morto a Renzi.

(red.) Un bandito fermato per la rapina violenta a Pontoglio (Brescia), e che ha provocato la morte del macellaio 53enne Pietro Raccagni, si è avvalso della facoltà di non rispondere, il complice, fermato con le medesime accuse (rapina impropria e omicidio preterintenzionale) ha negato di essere presente sul luogo del colpo.
Dei dieci presunti componenti, i carabinieri di Chiari e Treviglio hanno arrestato Pjeter Lleshi, di 24 anni, e Vlashi Anton, di 21. Il primo è stato preso a Calcio, non lontano da dove la banda aveva dato fuoco, nei pressi dell’Oglio, alla Mercedes di Raccagni e a una Bmw 320 rapinata con le stesse modalità la notte successiva, a Palazzolo. In quest’ultimo caso marito e moglie erano stati legati con il nastro adesivo, mentre la banda faceva razzia di preziosi nella loro villa.
Il 24enne ha deciso la linea del silenzio, mentre il complice 21enne, fermato mentre era in vacanza nel Veneto e stava progettando, secondo gli inquirenti, altri colpi, nega ogni addebito.
I due sono stati sentiti dal Gip di Brescia durante l’interrogatorio di convalida dei fermi. Il giudice per le indagini preliminari scioglierà la riserva entro venerdì, decidendo se accogliere o meno le richieste di scarcerazione avanzate dai legali dei due stranieri.
Martedì 22 luglio è stata effettuata l’autopsia sulla salma di Raccagni e il pm ha concesso il nulla osta per i funerali del macellaio di Erbusco.
Questo mercoledì il feretro viene trasferito nell’abitazione di via Puccini a Pontoglio. I funerali potrebbero essere fissati per venerdì 25 luglio alle 16,30, ma la data non è ancora stata confermata dalla famiglia.
Intanto moglie, figli e amici del 53enne morto a seguito della rapina hanno scritto una lettera aperta al premier Matteo Renzi, che potrebbe essere consegnata in occasione dell’inaugurazione di Bre.Be.Mi, proprio questo mercoledì.
Nella missiva i familiari e gli amici fraterni di Pietro Raccagni fanno leva su quanto «sta accadendo nel territorio Bresciano. Le nostre case-si legge- dovrebbero essere il posto più sicuro dove poter vivere la nostra quotidianità, mentre sono diventate obiettivi di saccheggio da parte di persone senza scrupoli». «Abbiamo dovuto attendere la morte di Pietro-si legge ancora nella lettera al presidente del Consiglio- per, finalmente, sapere che le forze dell’ordine sono riuscite a fermare questi personaggi squallidi che hanno comunque proseguito nelle loro azioni anche nei giorni seguenti l’accaduto».
E quindi l’appello diretto a Renzi: «Matteo, ma che giustizia abbiamo? Chi stiamoo difendendo? Ma è possibile che non ci si possa difendere da chi entra in casa nostra perchè non viene considerata legittima difesa?? Pietro non si è difeso con armi improprie, ma semplicemente fidandosi della sua forza fisica e morale. I cittadini onesti devono vivere queste tragedie per rendersi conto di non essere proteti dallo Stato così come devono essere perseguiti i delinquenti con celerità?». «Noi tutti insieme alla famiglia-conclude la misisva- chiediamo giustizia per Pietro».

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