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Uccise ladro, versione a prova di Ris

La perizia conclude per uno sparo ravvicinato, così come sostenuto da Mirco Franzoni, il 29enne di Serle accusato di omicidio volontario.

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(red.) Dopo lunghe indagini ed una serie di perizie sono arrivate le risposte a quattro quesiti che, sebbene non convalidino del tutto la versione di Mirco Franzoni, il29enne  bresciano accusato di omicidio volontario per avere ucciso a colpi di pistola un ladro albanese, Eduard Ndoj, 26 anni, a Serle (Brescia) il 14 dicembre scorso, tuttavia non la smentiscono.
Il meccanico utilizzò il fucile da caccia per sparare al bandito in fuga. Un colpo raggiunse mortalmente il 26enne, che morìimmediatamente. Secondo la versione fornita da Franzoni, ci fu una colluttazione nel corso della quale venne esploso un colpo, per timore di essere disarmato dal malvivente.
Il 29enne, difeso dagli avvocati Gianfranco e Federico Abate, venne arrestato con l’accusa d’omicidio volontario e scarcerato nei giorni successivi per assenza di gravi indizi di colpevolezza. Ora è libero e lavora nell’officina di famiglia.
Delle indagini balistiche si sono occupati i carabinieri del Ris di Parma che hanno risposto a quattro quesiti risultatid ecisivi per il chiarire la vicenda: innanzitutto quello sulle impronte rilevate sul comò, nella camera da letto dell’abitazione del fratello di Mirko Franzoni, che  è risultata della moglie del derubato, il fratello di Franzoni.
Un testimone dell’episodio avrebbe sentito Franzoni gridare «chiama i carabinieri», quindi il rumore della detonazione, ma, secondo i Ris, nessuno dei tre rumori sentiti nella telefonata era quello di uno sparo, compatibile quindi, secondo la difesa, con quanto affermato dal 29enne, ovvero che lo sparo, uno solo, era stato esploso durante il corpo a corpo con il ladro.
Un’altra domanda riguardava poi i due bossoli trovati per terra nel luogo della sparatoria: secondo il reparto investigazioni scientifiche emiliano sono stati esplosi dallo stesso fucile che ha ucciso l’albanese, ma, secondo la versione di Franzoni, uno dei due bossoli sarebbe stato in tasca dalla mattina e poi caduto a terra durante la lotta. Infine, la distanza in base alla quale sarebbero partiti i colpi: un quesito balistico fondamentale sia per accusa che per difesa. Alla prima serve per dimostrate la tesi dell’omicidio volontario, per la seconda, invece, a provare che ci fu colluttazione.
Il Ris quindi ha stabilito che la distanza da cui sono partiti i pallettoni, calcolato dalla bocca della canna, era a una distanza non inferiore ai 75 centimetri dalla vittima e non superiore al metro e mezzo.
A concludere,  guanti della vittima, analizizati per cercare tracce del contatto con la canna del fucile. Una fibra di colore verde e della medesima composizione è stata trovata, e risulta identica a quelle del foderon in cui era contenuto il fucile di Franzoni.

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