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Brescia, le medaglie a 21 reduci di guerra

Lacrime e canti per la consegna delle medaglie d’onore della Presidenza della Repubblica ai reduci della Seconda guerra. Presenti le massime autorità cittadine.

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(red.) Pochi immaginerebbero, vedendoli sfilare, che dietro l’apparenza dei loro volti segnati di “nonni” si celino degli eroi.
Eppure qualcuno dei 21 reduci di guerra che, dopo l’armistizio badogliano dell’8 settembre, furono deportati e internati nei campi di lavoro tedeschi,  mentre sfila lento davanti alle massime autorità cittadine, rappresentate dal vicesindaco Laura Castelletti, porta ancora le tracce di quell’antico orgoglio.
Dopo aver ascoltato i ringraziamenti e le lodi pronunciate dal prefetto di Brescia, Narcisa Brassesco Pace, un lungo applauso li ha salutati, mentre proseguiva la cerimonia delle consegne delle medaglie d’onore conferite dalla Presidenza della Repubblica. La commozione era palpabile quando uno ad uno vengono chiamati i nomi di coloro che in terra bresciana hanno subito il dramma dei campi di lavoro e di concentramento. Molti non ci sono più, e a ritirare la medaglia d’onore si presentano i figli, le mogli, i nipoti.
Di loro rimane una cappello, un colbacco, portato a sfilare dai parenti, come se sotto di essi battessero ancora i cuori e le speranze di quei giovani ventenni sorpresi dagli sconvolgimenti delle alte burocrazie e poi dalle vigliaccherie  inspiegabili della guerra. Quelli che ancora sono qui, sono novantenni dallo sguardo fiero, rigato solo da qualche lacrima, di chi forse non si aspettava nemmeno più dei riconoscimenti. Eppure a loro va tributato non solo l’onore dovuto delle autorità, ma anche la più intima partecipazione di ognuno di noi, quel tentativo sincero per chi sa di non aver mai provato nulla di lontanamente paragonabile di immedesimarsi nei dolori di quei giovani strappati alle loro famiglie e consegnati alla privazione dei campi, all’umiliazione della fame e dei pestaggi. Per una trentina di minuti è come se un sipario si aprisse su quegli anni bui: i tedeschi, i rastrellamenti, le raffiche di mitra. I caduti. Gli eroi, noti e sconosciuti, e il treno che porta al lavoro coatto. Gli stenti, la fame, le botte, la morte. Gli amici morti mentre osservi impotente. E poi il ritorno a casa, l’Italia distrutta e da capo fame, miseria, speranza.
Americo Venturi, Benito Carlo De Gennaro, Settimo Muscolino, Pietro Ferrari, Giulio Imberti, Fiorino Massa, Giuseppe Pedrinetti, Beniamino Ranzenigo, Giordano Casnici, Angelo Ghisla, Giovanni Maccanelli, Luigi Cavalli, Carlo Gandossi, Vittorio Bertoni, Giacomo Rubagotti, Luigi Merigo, Luciano Denna, Francesco Boldrini, Giulio Turelli, Francesco Squaratti e Angelo Trioni. Fra questi nomi, fra questi volti, oggi ci sono un po’ anche i nostri.

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